di Corinna Pindaro
La vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Chiara Appendino, ha annunciato le proprie dimissioni durante il Consiglio nazionale di questa mattina. La decisione, maturata dopo giorni di tensione interna, arriva come atto politico in seguito ai deludenti risultati elettorali del Movimento in diverse regioni
La scelta di Appendino non è stata del tutto inattesa. Già martedì sera, durante l’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari, l’ex sindaca di Torino aveva lasciato intendere di essere pronta a fare un passo indietro.
Un modo per lanciare un messaggio chiaro: “rimettiamoci tutti in discussione, io per prima”, aveva detto, riferendosi alle sconfitte nelle Marche, in Calabria e in Toscana.
Ma le reazioni nel Movimento non sono state quelle che si aspettava.
Invece di aprire un confronto, il dibattito interno si è trasformato in uno scontro, con prese di posizione pubbliche che Appendino ha vissuto come un attacco diretto. Così, questa mattina, la decisione è diventata definitiva.
Le tensioni interne
Nel corso del Consiglio, ancora in corso, molti dirigenti hanno chiesto ad Appendino di ripensarci, invitando al contempo Giuseppe Conte a non accettare le dimissioni, in nome dell’unità del Movimento.
Ma il clima, raccontano fonti interne, è rimasto teso.
Dietro al confronto politico si è percepito il sapore di un processo interno, con critiche incrociate e posizioni sempre più distanti tra l’ala pragmatica e quella più movimentista.
Il futuro del Movimento e di Appendino
Il ruolo di vicepresidente, formalmente in scadenza, avrebbe potuto essere rinnovato senza difficoltà, considerando il peso politico di Appendino, oggi tra le figure più popolari e riconoscibili del M5S dopo Conte.
Le sue dimissioni, invece, aprono un vuoto nella struttura di vertice del partito e impongono a Conte una scelta: rinnovare la squadra o tentare un’operazione di ricomposizione interna.
Per Appendino, che resta comunque deputata e figura di riferimento nel Movimento, il gesto ha anche un valore simbolico: segnala il malessere di una parte del gruppo dirigente di fronte a risultati elettorali deludenti e alla difficoltà di trovare una nuova linea politica chiara dopo anni di trasformazioni.
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