di Mario Tosetti

Secondo il Kiel Institute, gli aiuti militari occidentali all’Ucraina sono calati del 43% nei mesi estivi. Pesano il nuovo meccanismo Nato e la crisi produttiva europea

ucrainaIl sostegno militare dell’Occidente all’Ucraina ha subito una brusca frenata.
Secondo i dati pubblicati dal Kiel Institute for the World Economy, i contributi in armi e munizioni destinati a Kiev sono diminuiti del 43% nei mesi di luglio e agosto 2025, segnando il calo più drastico dall’inizio della guerra.

Il think tank tedesco, che monitora gli aiuti dall’inizio dell’invasione russa, attribuisce il rallentamento al nuovo meccanismo Nato voluto dall’amministrazione Trump, in base al quale le forniture statunitensi non vengono più donate ma vendute ai Paesi europei, che a loro volta le pagano per destinarle all’Ucraina.
Un sistema complesso, che richiede contratti, approvazioni del Congresso e tempi di produzione lunghi, rallentando di fatto i flussi verso il fronte.

Dalle scorte del Pentagono alla burocrazia dei contratti

Durante la presidenza Biden, il Pentagono prelevava direttamente dalle proprie scorte e inviava le armi a Kiev in tempi rapidissimi.
Il cambio di modello ha invece moltiplicato i passaggi amministrativi, con conseguenze pesanti: i sistemi Patriot finanziati dalla Germania a giugno, ad esempio, sono arrivati solo all’inizio di ottobre e in quantità limitata.

La contraerea ucraina fatica a difendere il Paese dai raid russi per mancanza di batterie e munizioni, mentre anche tank e artiglieria scarseggiano. La questione sarà al centro del vertice Nato dei ministri della Difesa, chiamati a valutare come reagire al rallentamento del supporto.

Europa in difficoltà: aiuti tagliati del 57%

Il calo degli aiuti non riguarda solo gli Stati Uniti.
Secondo il Kiel Institute, nel bimestre estivo anche il contributo europeo è crollato del 57%, passando da 3,85 miliardi a 1,65 miliardi di euro al mese.

Molti Paesi dell’Unione e la Gran Bretagna hanno esaurito le scorte militari donabili: carri armati, cannoni e munizioni sono stati prelevati fin quasi al limite, e le industrie non riescono ad aumentare la produzione.
Inoltre, la corsa al riarmo nazionale limita la disponibilità di alcuni sistemi – soprattutto le batterie antiaeree – che restano priorità interne.

“L’Europa sta riducendo il suo impegno militare complessivo verso Kiev. Sarà decisivo osservare i dati dei prossimi mesi”, ha commentato Christoph Trebesch, direttore della ricerca del Kiel Institute.

Il sorpasso europeo e il ruolo del programma Purl

Il blocco degli stanziamenti americani ha paradossalmente portato a un sorpasso degli aiuti europei: dal 2022 a oggi, i Paesi del Vecchio Continente hanno stanziato 83 miliardi di euro, contro i 64,6 miliardi degli Stati Uniti.
Cifre che testimoniano la portata del conflitto, ormai in corso da oltre quaranta mesi.

Per colmare il vuoto lasciato da Washington, otto Paesi della Nato – Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia – hanno aderito al programma Purl (Prioritised Ukraine Requirements List), investendo 1,9 miliardi di euro per acquistare armi americane da destinare all’Ucraina.

L’ambasciatore statunitense presso la Nato, Matthew Whitaker, ha invitato in particolare Italia e Spagna ad aderire all’iniziativa: “Il presidente Trump ha reso disponibili le migliori armi americane. Ora spetta agli alleati acquistare e consegnare ciò di cui Kiev ha urgente bisogno”, ha dichiarato.

I fondi russi congelati: l’opzione europea

La Francia, invece, si è tenuta fuori dal Purl, puntando a rafforzare la produzione militare europea.
La Commissione europea sta valutando di impiegare gli interessi maturati sui fondi russi congelati, pari a circa 300 miliardi di euro, per finanziare l’acquisto di armamenti destinati all’Ucraina.

Tuttavia, l’uso diretto di questi capitali incontra forti resistenze legali e politiche: il Belgio, dove si trovano la maggior parte dei depositi, teme ricorsi internazionali, mentre l’Ungheria e l’Italia si oppongono a un esproprio parziale.
Nel frattempo, i tempi di consegna dei nuovi mezzi rimangono lunghissimi: 24-36 mesi per completare gli ordini industriali.

L’industria bellica ucraina sotto attacco

Alcuni Paesi, come la Danimarca, hanno scelto di finanziare direttamente la produzione militare ucraina, sostenendo fabbriche locali che realizzano droni, artiglierie e blindati.
Attualmente, circa la metà degli equipaggiamenti ucraini è costruita sul territorio nazionale.

Ma questi stabilimenti sono costantemente nel mirino dei bombardamenti russi.
Con le difese antiaeree indebolite, da agosto gli attacchi missilistici hanno distrutto diversi impianti industriali, colpiti da missili balistici e ipersonici.
Le informazioni ufficiali sono coperte dalla censura, ma fonti interne parlano di danni gravissimi. Solo i Patriot di ultima generazione sarebbero in grado di contrastare questi attacchi, ma le scorte restano minime.

Un fronte in affanno e un Occidente diviso

La riduzione degli aiuti militari e la lentezza delle forniture rischiano di compromettere la capacità dell’Ucraina di resistere ai nuovi assalti russi.
Tra vincoli politici, ostacoli produttivi e divisioni interne all’Alleanza Atlantica, il prossimo autunno sarà decisivo per capire se l’Occidente riuscirà a mantenere un sostegno efficace a Kiev o se prevarrà la stanchezza di una guerra che continua a logorare eserciti, economie e alleanze.

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