di Redazione
Il ritorno annunciato del padiglione israeliano diventa terreno di scontro fra richiami etici e la fragile autonomia delle istituzioni culturali
La decisione – ancora incerta nei dettagli, ma ormai resa pubblica – di riattivare il padiglione israeliano alla Biennale di Venezia 2026, sebbene in uno spazio diverso dall’abituale, ovvero nell’Arsenale invece dei Giardini, riaccende conflitti già latenti tra arte, politica e responsabilità morale. La città lagunare si prepara ad accogliere un padiglione che rischia di trasformarsi in una legittimazione estetica del potere.
Quello che emerge con chiarezza è che la Biennale non può considerarsi più un semplice contenitore neutrale dell’arte internazionale: quando uno Stato è prescritto da accuse di crimini, occupazione e soprusi, la scelta di ospitarlo o meno diventa già di per sé una dichiarazione. Ed è proprio questo il nodo che oggi viene messo in discussione. Nel mentre, Anga (Art Not Genocide Alliance) e altri collettivi alzano il tiro e chiedono esplicitamente di negare lo spazio a Israele, promettendo in caso contrario, un boicottaggio totale della Biennale, non solo da parte degli artisti, ma anche del pubblico internazionale.
Il dilemma delle istituzioni culturali, una Biennale tra arte e geopolitica
Nel 2024, il padiglione israeliano, affidato all’artista Ruth Patir, fu montato ma mai aperto: l’artista stessa dichiarò che la mostra sarebbe “rimasta chiusa fino al cessate il fuoco e alla liberazione degli ostaggi”. .Quel gesto, fortemente simbolico, non fu un semplice atto provocatorio, ma un rifiuto consapevole di normalizzare l’arte mentre fuori si consumava la devastazione nella Striscia di Gaza. Di fronte a quella scelta molti operatori culturali espressero solidarietà, ma molti altri la interpretarono come un’ingerenza politica nell’autonomia artistica.
Risale a quel periodo una petizione firmata da migliaia di artisti che chiedeva esplicitamente l’esclusione del padiglione israeliano con l’accusa di trasformarlo in “Padiglione del Genocidio”. Da parte sua, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano replicò che “Israele ha il diritto e il dovere di testimoniare” e la Biennale, infatti, rispose pubblicamente di “non può prendere in considerazione petizioni di esclusione” considerando che ogni Stato riconosciuto dall’Italia ha il diritto di partecipare autonomamente. Accogliere oggi Israele significherebbe legittimare il suo operato agli occhi di molti, rifiutarlo significherebbe infrangere il proprio statuto, che dichiara che “tutti i paesi riconosciuti dall’Italia possono partecipare” in autonomia.
Ma l’assenza di sanzioni culturali efficaci appare un cedimento: le esclusioni precedenti, come quella del Sudafrica ai tempi dell’Apartheid, o il disimpegno russo dopo l’invasione dell’Ucraina, erano politicamente legittimate da consensi internazionali. Qui, invece, non sembra esserci consenso univoco: ci sono pressioni, proteste, ma anche richieste contrarie da parte di chi ritiene che l’arte non debba essere scissa dallo Stato e dalla testimonianza. Una terza via possibile sarebbe quella di trasformare il padiglione israeliano – se accettato – in uno spazio critico, dove l’arte si confronti apertamente con il conflitto e non ne faccia semplice vetrina. Nel 2026, Venezia dovrà decidere se essere un museo che tace o una Biennale che parla. E per farlo ci vorrebbe una volontà precisa della Biennale stessa, che oggi non appare in vista.
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