di Velia Iacovino

Dalla Commissione Peel del 1937 alla conferenza di Annapolis e alle più recenti risoluzioni Onu, la soluzione dei due Stati resta il modello sostenuto dalla comunità internazionale, ma il sogno del “Grande Israele” e la realtà degli insediamenti continuano a minarne la realizzazione.

 

La soluzione dei due Stati, ripresa più volte nell’arco di quasi un secolo, rimane al centro del dibattito internazionale come unica via possibile per una pace duratura in Medio Oriente. Il principio è semplice: due popoli, due Stati, divisi entro i confini della Palestina storica, con Gerusalemme sotto uno statuto speciale internazionale. Eppure, ciò che sulla carta appare logico e persino inevitabile, nella realtà si scontra con la forza dei fatti compiuti, le colonie israeliane in Cisgiordania, l’occupazione militare, e con un’idea opposta che scava radici nella politica di una parte del sionismo: il sogno della Grande Israele.

Una storia lunga quasi un secolo

Già nel 1937, con la Commissione Peel, si immaginava una spartizione del territorio del Mandato britannico: uno Stato ebraico, uno arabo e Gerusalemme sotto controllo internazionale. L’idea venne ripresa nel 1947 dall’ONU con la Risoluzione 181, che prevedeva la nascita di due Stati indipendenti. Israele accettò, i palestinesi e i Paesi arabi rifiutarono. La guerra del 1948 e, successivamente, la guerra dei Sei Giorni del 1967 ridisegnarono la geografia, consegnando a Israele un territorio molto più ampio di quello originariamente previsto.

Negli anni successivi, soprattutto dagli Accordi di Oslo del 1993 in poi, la soluzione dei due Stati è tornata più volte come ipotesi di compromesso: uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, Israele entro i confini pre-1967, Gerusalemme capitale condivisa. Ma il processo di pace si è arenato tra sfiducia reciproca, terrorismo, repressione, espansione degli insediamenti e veti incrociati.

La promessa della pace e l’ombra della Grande Israele

Mentre gran parte della comunità internazionale continua a vedere nella creazione di uno Stato palestinese la sola via realistica, negli ultimi decenni si è consolidata un’ideologia opposta: quella della Grande Israele.Si tratta di una visione politico-religiosa che rivendica l’intero territorio della Palestina storica, dalla sponda del Giordano fino al Mediterraneo, come terra esclusiva del popolo ebraico. Alcuni partiti e ministri israeliani, soprattutto della destra religiosa e nazionalista, considerano Cisgiordania e Gaza non come territori occupati, ma come parte integrante di Eretz Israel. Questa visione alimenta la politica delle colonie: insediamenti che continuano ad ampliarsi, rendendo sempre più difficile immaginare una separazione netta e realizzabile tra due Stati. La Risoluzione Onu 2334 del 2016 aveva ammonito che la colonizzazione “mette in pericolo la soluzione dei due Stati”. Tuttavia, i governi israeliani successivi hanno continuato a incoraggiare o tollerare l’espansione.

La spinta della diplomazia internazionale

Oggi, nel 2025, la pressione internazionale per i due Stati sembra tornare con forza. Dopo decenni di stallo, quasi 150 Paesi hanno riconosciuto la Palestina come Stato sovrano. Anche potenze occidentali storicamente legate a Israele – come la Gran Bretagna, il Canada e l’Australia – hanno fatto il passo, mentre Francia, Belgio e Malta si accingono a seguire l’esempio oggi stesso. È una spinta diplomatica che segna la frattura tra Washington, ancora ferma sul “no”, e gran parte della comunità internazionale.

Il bivio del futuro

Da una parte dunque la prospettiva dei due Stati, fondata sul diritto internazionale e sul compromesso, dall’altra l’orizzonte della Grande Israele, che rischia di perpetuare l’occupazione e il conflitto. La prima strada promette libertà, sicurezza e convivenza; la seconda, inevitabilmente, conduce a un conflitto permanente e a nuove tragedie. Il dilemma non è solo geopolitico: è morale e civile. Perché la pace, oggi, non è più un sogno, ma una necessità. E il mondo, scosso dalle immagini dei bambini morti a Gaza e dalla sofferenza di intere popolazioni, non può più permettersi di restare in silenzio.

 

 

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