di Redazione

Uno sciopero generale, indetto dalle sigle sindacali di base, ha mobilitato migliaia di persone in oltre ottanta città, da Trieste alla Sicilia. Fabbriche ferme, trasporti bloccati, scuole vuote: un’intera giornata di lotta e solidarietà

Oggi l’Italia si è fermata. Uno sciopero generale, indetto dalle sigle sindacali di base, ha mobilitato migliaia di persone in oltre ottanta città, da Trieste alla Sicilia. Fabbriche ferme, trasporti bloccati, scuole vuote: un’intera giornata di lotta e solidarietà sotto un’unica parola d’ordine – “Blocchiamo tutto” –  in segno di solidarietà   di solidarietà con la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e a sostegno della Global Sumud Flotilla

È impossibile cancellare le cifre che pesano come pietre: oltre 60.000 Palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, di cui almeno 18.500 bambini. L’Unicef parla di più di 50.000 bambini uccisi o feriti e le medie più recenti stimano 28 piccoli morti ogni giorno sotto i bombardamenti. Numeri che non sono statistiche: sono volti, sorrisi spezzati, infanzie negate. Oggi l’Italia ha scelto di fermarsi anche per loro, per dire che il silenzio non può diventare normalità.

A Roma, piazza dei Cinquecento è stata il cuore pulsante della mobilitazione: migliaia di manifestanti hanno reso inaccessibile la stazione Termini, con cortei di studenti e lavoratori che hanno invaso via Giolitti e via Marsala. Cori e striscioni hanno ribadito una verità semplice: la giustizia non può più attendere. Cortei imponenti anche a Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Trento, Palermo, Bari.

Nelle scuole l’adesione è stata altissima: aule vuote, piazze piene. Una madre, scesa in corteo con il figlio, ha detto: “Oggi si impara più qui che in classe”. È l’immagine di un’educazione che diventa responsabilità civile, di una lezione che nasce dal dolore e si trasforma in impegno.

Mentre le piazze italiane gridavano giustizia,   New York si prepara a dare il via alla nuova sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu che si concentrerà sulle tensioni che circondano la questione palestinese e la guerra a Gaza.  Oggi, che è la vigilia dell’apertura del dibattito generale, il Palazzo di Vetro ospiterà infatti una conferenza che ha l’esplicito l’obiettivo di promuovere lo Stato di Palestina e che vedrà Francia, Regno Unito e Malta formalizzare il riconoscimento della Palestina come Stato sovrano. Ieri Regno Unito. Australia e Canada, insieme al Portogallo, hanno annunciato il riconoscimento formale dello Stato di Palestina, e oggi faranno lo stesso Francia, Belgio e altri paesi. La Germania dovrebbe sostenere la soluzione dei due Stati. Parigi ha comunque precisato che non aprirà rappresentanze diplomatiche sul territorio palestinese.

A Londra, intanto davanti alla sede della Missione palestinese che presto diventerà ufficialmente ambasciata, l’ambasciatore Husam Zomlot ha detto parole destinate a rimanere scolpite:“Palestine exists, it has always existed and it always will. La Palestina esiste, è sempre esistita e sempre esisterà.”Davanti a una folla commossa, il diplomatico ha ricordato la responsabilità storica del Regno Unito, la terra della Dichiarazione Balfour, e ha definito il riconoscimento “non solo un atto dovuto verso la Palestina, ma anche verso la stessa coscienza britannica, un’ammissione di un’ingiustizia storica che va sanata”.Israele ha reagito con durezza, definendo i riconoscimenti un “premio al terrorismo” e ventilando contromisure immediate.

Gli Stati Uniti hanno negato il visto per partecipare all’Assemblea Onu a decine di funzionari palestinesi, compreso Mahmoud Abbas. Eppure, nonostante i veti e le chiusure, l’aria che si respira a New York e nelle capitali europee parla di un cambiamento epocale: quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono pronti a riconoscere la Palestina.

 

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