di Velia Iacovino

Non si può  paragonare la violenza che ha stroncato la sua vita agli omicidi e agli attentati che hanno segnato la storia americana — John e Robert Kennedy, King, Malcolm X, — come ha osato sostenere la deputata Luna. Quei leader lottavano per i diritti civili, per la giustizia, per la democrazia; Kirk, invece, lottava per il potere.

 

I funerali di Charlie Kirk si sono tenuti al Farm Stadium di Glendale in Arizona con la solennità di una cerimonia di Stato, qual è stata: cornamuse che intonavano Amazing Grace, una folla di centomila persone  in delirio e la presenza dei massimi vertici dell’amministrazione americana, il presidente Donald Trump e il suo vice J.D. Vance che gli hanno reso omaggio elevandolo a icona nazionale, definendolo un “profeta” capace di cambiare il corso della storia. Una narrazione solenne  e teatrale che, tuttavia, si discosta profondamente dalla realtà.

Charlie Kirk non era un eroe.  Era un demagogo, un retore seminatore di odio mascherato da influencer politico. Fondatore di Turning Point Usa, l’organizzazione giovanile della destra più  ottusa americana, Kirk aveva costruito la sua carriera sulla difesa della supremazia bianca, sull’attacco alle minoranze, ai trans, agli omosessuali, sul rifiuto del femminismo e sull’ostilità verso i migranti e le religioni non cristiane, sul negazionismo no vax e del cambiamento climatico, sempre cavalcando l’onda della cieca ignoranza e dell’arretratezza, che dilagano negli Stati Uniti di questi tempi cupi. E  la sua ascesa era stata fulminea. Kirk aveva saputo trasformare il linguaggio dell’odio in consenso, diventando una voce influente della destra giovanile, frequentando televisioni conservatrici e i circoli della politica nazionale. Ma la sua popolarità poggiava su un terreno fragile: divisione, rabbia, polarizzazione.

Ed è inammissibile paragonare la violenza che ha stroncato la sua vita agli omicidi e agli attentati che hanno segnato la storia americana — Kennedy, King, Malcolm X, Robert Kennedy — come ha osato sostenere la deputata Luna. Quei leader lottavano per i diritti civili, per la giustizia, per la democrazia; Kirk, invece, lottava per il potere. Ed è morto mentre  stava difendendo il Secondo Emendamento, quello che permette agli americani di armarsi fino ai denti.

Trump lo ha chiamato “martire per la verità” su Truth Social, Netanyahu un “leone per Israele”, persino Obama e Clinton hanno mandato condoglianze di rito. Certamente occorre avere rispetto dei morti e del dolore di coloro che si lasciano dietro, ma non tutti i morti sono uguali. E vorremmo che Kirk non fosse stato ucciso, perché da morto è più pericoloso che da vivo. Il suo omicidio ha prodotto negli Stati Uniti e non solo un’ondata emotiva e politica senza precedenti: la destra ha puntato il dito contro la “sinistra radicale” senza evidenze concrete, trasformando il lutto in strumento di mobilitazione, e la narrativa della minaccia interna in occasione da sfruttare per il consolidamento del proprio potere.

La vicenda richiama inquietanti parallelismi storici. Ezra Klein, sul New York Times, ha sottolineato che così come nel 1933 l’incendio del Reichstag per mano di uno squilibrato aprì la strada alla ascesa di Hitler, la tragedia di Kirk rischi oggi di diventare un ulteriore pretesto per l’amministrazione Trump di comprimere i diritti civili sotto il velo della sicurezza e dell’ordine pubblico. Già il maccartismo degli anni Cinquanta aveva dimostrato quanto la paura possa trasformarsi in strumento di repressione interna; oggi, tra misure eccezionali, militarizzazione urbana, controllo mediatico e delegittimazione dell’opposizione, si manifesta una versione moderna e altrettanto pericolosa di quel meccanismo.

Trump fin dall’inizio del suo mandato ha cominciato a invocare poteri “emergenziali” per giustificare misure straordinarie sull’immigrazione e ha imposto dazi sottraendosi al Congresso che tuttavia gli è prono. Ha effettuato vere e proprie epurazioni nell’apparato statale, ha mobilitato la Guardia Nazionale dapprima a Los Angeles per sedare le proteste contro le politiche repressive della sua amministrazione nei confronti degli immigrati, poi a Washington,  e ora si accinge a farlo a Memphis e a Chicago (tutte città per altro governate dai democratici). Ha cancellato milioni di dollari di fondi destinati a università. Ha cambiato il nome del dipartimento della Difesa ribattezzandolo in dipartimento della Guerra in barba al Campidoglio. E ora vorrebbe ridisegnare opportunamente anche i collegi elettorali del Texas in vista delle elezioni di mid term per il rinnovo di camere e senato. E continua a tessere la sua tela e a usare ogni leva istituzionale come pretesto per concentrare su di sé prerogative che non gli  spettano. La strategia è chiara: picconare le strutture fondamentali della democrazia americana, consolidare poteri e delegittimare l’opposizione. A cosa porterà tutto ciò? Ad una sua riconferma, per la terza volta alla Casa Bianca? Sembra di vivere in una serie distopica sul potere, una versione reale di House of Cards, dove lutto, spettacolo e politica si fondono in un’unica narrazione e tutto diventa strumento per infragilire la democrazia e piegare la realtà agli interessi di un uomo solo. Tornando a Kirk, che quel suo dio in cui tanto diceva di credere abbia pietà di lui e dell’America e di noi tutti.

 

 

 

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