di Corinna Pindaro
Caos a Montecitorio sulla riforma della giustizia Nordio-Meloni. L’opposizione accusa la destra di colpo alle istituzioni e attacco alla magistratura
L’aula della Camera è stata teatro di una lunga notte di polemiche e proteste sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio e dalla premier Giorgia
Meloni. La decisione della maggioranza di imporre la “seduta fiume” ha fatto esplodere le opposizioni, che dai banchi hanno urlato “vergogna”, accusando il governo di voler piegare le regole parlamentari a proprio vantaggio.
La misura consente infatti di fissare con largo anticipo l’orario del voto, previsto per mezzogiorno di giovedì, evitando così possibili incidenti d’aula proprio nei giorni in cui la premier e numerosi ministri sono impegnati in campagna elettorale nelle Marche.
Schlein: “Un attacco ai giudici e alla democrazia”
In prima linea la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha definito la mossa della maggioranza “un’indecenza” e “l’ennesima prova di una destra incapace di affrontare i veri problemi dei cittadini”. Per Schlein, il governo Meloni sta utilizzando i magistrati come capro espiatorio, riproponendo uno schema già visto ai tempi di Berlusconi.
La leader dem ha inoltre paragonato l’attuale premier a figure internazionali come Trump, Netanyahu e Orbán, sostenendo che l’obiettivo sia minare l’indipendenza della magistratura.
La replica di Nordio: “Critiche preconfezionate”
Il ministro della Giustizia ha risposto alle accuse definendo gli interventi dell’opposizione “ripetitivi, scontati, scritti quasi con l’intelligenza artificiale”. Pur ammettendo la presenza di alcune criticità nella riforma, Nordio ha ribadito che la vera chiusura è arrivata da opposizioni e magistrati, culminata nello sciopero contro il disegno di legge.
Citato Winston Churchill con il suo “Never give in”, il Guardasigilli ha difeso la linea del governo, escludendo un passo indietro.
L’opposizione: “Colpo basso al Parlamento”
Le voci critiche si sono moltiplicate durante la notte. Chiara Braga, capogruppo del Pd, ha denunciato la scelta della seduta fiume come “un grave precedente” e “una presa in giro delle istituzioni”. A farle eco anche Debora Serracchiani, responsabile giustizia dei dem, che ha accusato la maggioranza di aver piegato il regolamento a fini elettorali.
Non meno dura la posizione di Italia Viva, che pur non ostile alla separazione delle carriere, ha condannato le modalità con cui la riforma sta procedendo: “Forzature e prepotenze che sviliscono il ruolo del Parlamento”.
Il contenuto della riforma
Il disegno di legge costituzionale prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, l’istituzione di due distinti Consigli superiori e di un’Alta Corte disciplinare. Quella alla Camera è la terza approvazione: ne mancherà soltanto un’altra al Senato, prevista entro novembre, prima del referendum confermativo programmato per aprile 2026.
Per Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si tratta di una “riforma di civiltà giuridica”, capace di porre fine al potere delle correnti nella magistratura. Ma secondo Pd, M5S e Avs, l’obiettivo reale è indebolire l’autonomia dei giudici e aprire la strada a una giustizia controllata dal potere politico.
Lo scontro degenera
Il dibattito si è ulteriormente acceso con accuse personali e insulti. Il deputato leghista Igor Iezzi ha rivolto dure contestazioni a Federico Cafiero de Raho, ex procuratore nazionale antimafia oggi parlamentare M5S, insinuando presunti legami con un caso di spionaggio. De Raho ha replicato annunciando querela e denunciando “violenza verbale” dopo gli episodi di tensione già avvenuti nei mesi scorsi.
Lo stesso ex procuratore ha ricordato come la separazione delle carriere fosse uno dei punti del piano eversivo della loggia P2, sostenendo che l’indipendenza della magistratura è già garantita nei fatti.
Verso il referendum del 2026
Lo scontro politico sulla riforma della giustizia è destinato a proseguire, con la maggioranza determinata a portare avanti quella che definisce “una rivoluzione giuridica” e l’opposizione pronta a mobilitare i cittadini in vista del referendum.
Il clima a Montecitorio resta incandescente, tra accuse, proteste e un conflitto istituzionale che appare solo all’inizio della sua escalation.
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