di Martina Esposito

Un appello firmato da professionisti del cinema chiede il boicottaggio di istituzioni culturali legate al governo israeliano. La reazione: “un errore di prospettiva”

La voce del cinema internazionale si unisce al coro delle proteste contro l’offensiva israeliana su Gaza. Sotto la sigla Film Workers for Palestine, oltre 1300 tra registi, attori, sceneggiatori e altri lavoratori del settore hanno firmato un appello pubblico che segna uno dei più rilevanti atti di boicottaggio culturale dall’inizio del conflitto. Tra i firmatari figurano nomi illustri come Yorgos Lanthimos, Ava DuVernay, Tilda Swinton, Olivia Colman, Mark Ruffalo, Javier Bardem e Riz Ahmed. La richiesta è netta: interrompere ogni forma di collaborazione con festival, enti e produzioni considerate “complici” delle politiche israeliane contro i palestinesi.

Il documento non si limita a un gesto simbolico. Accusa apertamente gran parte dell’industria cinematografica israeliana – distribuzione, sale, agenzie e circuiti ufficiali – di aver evitato qualsiasi presa di posizione a favore dei diritti del popolo palestinese. Secondo i promotori, ciò equivale a un silenzio colpevole, se non a una partecipazione indiretta alla narrativa di whitewashing delle violenze. Il boicottaggio proposto non intende colpire singoli artisti israeliani né basarsi su criteri etnici o di cittadinanza. Piuttosto, rappresenta una forma di pressione politica rivolta alle istituzioni culturali, invitate ad assumersi responsabilità etiche e politiche in tempi di crisi umanitaria.

Questo appello si inserisce in un clima di crescente mobilitazione nel mondo culturale globale. Nei mesi recenti, numerosi scrittori hanno boicottato eventi editoriali, mentre festival come Cannes e Venezia sono stati attraversati da tensioni e proteste a favore della causa palestinese. La reazione da parte delle istituzioni israeliane non si è fatta attendere. L’Associazione dei produttori cinematografici israeliani ha commentato l’iniziativa, definendola “un errore di prospettiva” e ricordando come molti cineasti israeliani abbiano spesso offerto rappresentazioni critiche della propria società, dando spazio anche a narrazioni palestinesi.

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