di Velia Iacovino

Una soluzione potrebbe essere : referendum controllati, nessuna resa formale, garanzie di sicurezza e un equilibrio fragile da costruire

C’è una scena biblica che viene a tutti in mente quando si parla di risoluzioni di controversie impossibili: quella del re Salomone chiamato a decidere tra due donne che si contendono un bambino. Davanti alla minaccia di tagliarlo in due, una delle due madri si arrende, pur di salvarlo. Il re capisce così chi è quella vera.  Nel conflitto ucraino, nessuno sembra disposto a cedere. Eppure, se davvero Donald Trump vuole fare la pace come ha promesso mille volte — e se vuole farlo senza passare per complice del Cremlino né far cadere Zelensky come un castello di carte, dovrà costruire una proposta che tenga insieme tutto: giustizia, sopravvivenza politica, principio democratico e convenienza strategica. Dovrà fare una mossa salomonica, appunto.

Putin, uscito dal vertice di Anchorage con Trump con la postura del gatto che ha appena finito il latte, ha messo in giro le sue condizioni: ritiro ucraino da Donetsk e Luhansk, annessione di fatto di parti di Zaporizhzhia e Kherson, riconoscimento della Crimea come russa, status speciale per la lingua e la Chiesa ortodossa filorussa, fine delle sanzioni e niente Nato per Kiev. Tutto ciò promettendo in cambio di “non attaccare più”, che sarebbe una richiesta di gentlemen agreement da chi ha già violato ogni patto firmato dal 1991 in poi.

Il vero dilemma però non è cosa vuole Putin, ma cosa è disposto a concedere Trump, e soprattutto cosa può “vendere” politicamente a Zelensky, all’Europa, all’elettorato americano e alla sua stessa memoria storica. Perché ogni soluzione apparente ha un rischio immediato: se sembra un diktat russo travestito da pace, Kiev salta e l’Occidente si spacca. E allora? Allora serve un accordo a più livelli, un’architettura che appaia una vittoria per ognuno degli attori, senza essere una resa per nessuno. Ecco l’idea. Il cuore della proposta potrebbe essere un referendum internazionale nei territori contesi, questa volta sotto strettissimo controllo di Onu, Ue, Usa e Osce, con la garanzia della partecipazione anche dei profughi ucraini. Non un plebiscito farsa come quello del 2014 in Crimea. Putin otterrebbe la narrativa di una “volontà popolare”. Zelensky potrebbe dire: “non ho ceduto nulla, ha deciso la gente”. L’Occidente si troverebbe dalla parte della legalità, e non della logica del coltello.

Ma un referendum non basta. In cambio della rinuncia formale a parte del Donbass (ammesso che ciò emerga dal voto), l’Ucraina dovrebbe ricevere garanzie di sicurezza in stile “Nato senza articolo 5”: accordo bilaterale con gli Usa, supporto militare permanente, sistemi di difesa avanzata (Patriot, Iron Dome), presenza occidentale — anche se fuori dall’ombrello Nato per non provocare Mosca.

Tradotto: l’Ucraina perderebbe territori ma diventerebbe intoccabile. E con un orizzonte d’ingresso nell’Unione Europea in tempi stretti, compenserebbe la perdita con un guadagno esistenziale. Trump potrebbe offrire, in parallelo, un maxi piano Marshall per Kiev, un pacchetto da decine di miliardi vincolato a trasparenza e riforme, sostenuto da Europa e Fmi. A Zelensky resterebbe una narrativa spendibile: ho rinunciato a qualche città distrutta, ma ho salvato il Paese e ne ho assicurato il futuro.

Sulla Crimea, Trump potrebbe giocare la carta dell’ambiguità: non un riconoscimento ufficiale, ma una “sospensione diplomatica” dello status per 20 anni, congelando ogni disputa e rinviandone il destino a tempi migliori. Soluzione cinica, ma non inedita nella storia delle relazioni internazionali.

Il vero bottone rosso, però, restano le sanzioni. Qui l’America potrebbe proporre una rimozione progressiva e condizionata, legata al rispetto di ogni passo dell’accordo. E in caso di violazioni, il sistema di “snapback sanctions” scatterebbe automaticamente.

E Zelensky?  Per Volodymyr Zelensky, il tempo è scaduto. Dopo 1.270 giorni di guerra, l’eroe del 2022 è oggi un leader logorato, senza un mandato fresco né garanzie di sopravvivenza politica. Una pace imposta lo distruggerebbe. Una pace negoziata potrebbe salvarlo. Ma solo se sarà lui a presentarla come scelta nazionale, non come imposizione americana o sconfitta mascherata.L’Europa vuole la fine della guerra senza scivolare nella vassallizzazione di Mosca. Gli Usa vogliono uscire da un conflitto che stanca l’elettorato ma senza sembrare deboli. E Trump vuole una vittoria diplomatica da rivendersi sul palcoscenico della storia come l’“accordo del secolo”. L’occasione, per quanto cinica, è irripetibile. Ma per costruire una pace vera — non una resa travestita — serve visione, architettura diplomatica e un po’ di teatro. E sì, anche il coraggio di usare, per una volta, il coltello salomonico non per dividere il bambino, ma per restituirlo vivo alla madre.

 

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L’articolo La mossa di Salomone. Cosa può mettere sul tavolo Trump per fermare la guerra senza umiliare Kiev? proviene da Associated Medias.