di Velia Iacovino

Il noto corrispondente dell’emittente qatarina secondo Israele era un terrorista, comandante di Hamas. L’ultimo servizio pochi istanti prima dell’attacco

 

Domenica sera, un drone israeliano ha colpito una tenda allestita per i giornalisti vicino all’ospedale Al-Shifa, nel cuore pulsante di Gaza. In pochi attimi, uno degli ultimi spazi “sicuri” per raccontare la guerra è stato ridotto in macerie Sette persone hanno perso la vita, tra loro sei operatori dell’informazione che, giorno dopo giorno, mettevano a rischio la propria esistenza per svelare al mondo la realtà nascosta sotto le bombe. Tra le vittime ci sono Anas Al-Sharif e Mohammed Qreiqa, corrispondenti di Al Jazeera, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Nofal, Mohammed Al-Khaldi e Moamen Alawiya. Il direttore dell’ospedale, Mohammed Abu Salmiya, ha definito l’attacco “una ferita aperta alla libertà di stampa”, un colpo diretto alla possibilità stessa di raccontare la verità.

Pochi istanti prima, Anas Al-Sharif era in diretta a denunciare la fame che sta lentamente spegnendo i bambini di Gaza. Poco dopo, Mohammed Qreiqa documentava gli ultimi danni provocati  nella Striscia dalle esplosioni, tentando di dare un volto a una sofferenza che spesso resta invisibile. Nessuno dei due avrebbe visto l’alba.

L’esercito israeliano ha rivendicato l’uccisione di Al-Sharif, definendolo in un comunicato un “terrorista travestito da giornalista” e accusandolo di essere uno dei comandantu di Hamas. Un’affermazione che non ha trovato riscontro. Al contrario, Al-Sharif era noto per la sua costante presenza sul campo, per essere uno degli ultimi testimoni a raccontare gli orrori dal nord della Striscia. Da mesi mostrava al mondo volti segnati dalla guerra, rovine, ospedali sovraffollati, corpi senza vita. La sua voce era un faro per chi cercava verità dirette, senza filtri.

Le Nazioni Unite hanno espresso “profondo cordoglio” e hanno chiesto garanzie concrete per la sicurezza dei giornalisti a Gaza. Irene Khan, relatrice speciale dell’Onu per la libertà di espressione, ha accusato Israele di voler “annientare la verità” e ha definito Al-Sharif “un giornalista coraggioso, consapevole del pericolo ma determinato a non fermarsi”.

La Committee to Protect Journalists ha condannato l’attacco come “parte di una strategia per mettere a tacere chi documenta la guerra”. Secondo la CPJ, almeno 180 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’inizio dell’offensiva su Gaza, rendendo questo conflitto uno dei più letali per la stampa negli ultimi decenni. Anche il National Press Club degli Stati Uniti ha espresso dolore, definendo la perdita di Al-Sharif “una ferita profonda per il giornalismo globale”.

Lunedì, le strade di Gaza si sono riempite di lacrime e dolore mentre la città ha accompagnato i corpi di Anas e Mohammed nel loro ultimo viaggio mentre il suono delle sirene si mescolava alle urla di rabbia e tristezza di colleghi, familiari e cittadini, che rendevano omaggio a due uomini che hanno scelto di rischiare tutto per raccontare la verità. Nell’ultimo messaggio registrato, Al-Sharif aveva detto: “Vi raccomando la Palestina, gioiello della corona dell’Islam, battito del cuore di ogni uomo libero.”

L’articolo 79 del Primo Protocollo delle Convenzioni di Ginevra tutela espressamente la sicurezza dei giornalisti in zone di conflitto. Colpirli, quando non coinvolti in azioni militari, significa calpestare non solo la vita umana ma anche le fondamenta della libertà di informazione. Un potenziale crimine di guerra, e un duro colpo alla possibilità di vedere, capire e denunciare ciò che accade dietro le linee di fuoco.

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L’articolo Uccisi a Gaza da un raid israeliano un gruppo di giornalisti di al Jazeera. Tra .loro Anas al Sharif proviene da Associated Medias.