di Carlo Longo
Il tentativo di Unicredit di acquisire Banco Bpm si è arenato tra pressioni governative e la mossa strategica di Crédit Agricole, che ora punta al 24,9% del capitale. Scenari, retroscena e prospettive per il settore bancario italiano
Andrea Orcel, CEO di Unicredit, aveva colto i segnali di un possibile interesse da parte di Crédit Agricole per Banco Bpm già nell’autunno 2024. Il colosso francese, che aveva già acquisito una partecipazione del 9,9% nella banca italiana, sembrava pronto a rafforzare la propria presenza. Questo sospetto ha spinto Unicredit a muoversi rapidamente, lanciando il 25 novembre un’offerta pubblica di scambio per tentare l’acquisizione.
Le mosse francesi diventano realtà
I timori di Unicredit si sono concretizzati appena dieci giorni dopo, quando Crédit Agricole ha dichiarato di detenere opzioni convertibili in azioni pari al 5% del capitale di Banco Bpm. Sommando questa quota a quella già posseduta, la banca francese ha superato la soglia del 10%, rendendo necessaria l’autorizzazione della BCE per procedere oltre.
Ricevuto il via libera, Crédit Agricole ha così aperto la strada per aumentare la propria partecipazione fino al 20%, senza dover affrontare ostacoli regolamentari rilevanti.
Lo stallo di Unicredit e l’intervento del governo
Nei mesi successivi, l’offerta di Unicredit ha perso slancio, complicata da un intervento deciso del governo italiano. Ad aprile 2025, l’esecutivo ha infatti applicato il golden power, introducendo vincoli stringenti in nome dell’interesse nazionale. Queste restrizioni, riguardanti gli impieghi e il portafoglio titoli, hanno suscitato forti perplessità, poiché rischiavano di compromettere la gestione prudente della nuova entità bancaria risultante dall’eventuale fusione.
Il ritiro di Unicredit: cause e conseguenze
A giugno, in un’intervista rilasciata a la Repubblica, Andrea Orcel ha preso atto dell’impossibilità di proseguire, attribuendo il ritiro in primis alla posizione ostile del governo. Con una previsione chiara, ha anticipato che il gruppo Crédit Agricole sarebbe diventato l’azionista di riferimento di Banco Bpm, con una quota potenzialmente superiore al 20%.
Pochi giorni dopo, l’11 luglio, Crédit Agricole ha ufficializzato di detenere il 19,8% del capitale e di aver chiesto alla BCE l’autorizzazione per salire fino al 24,9%. La scelta di fermarsi sotto la soglia del 29,9% evita l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica totalitaria.
Tempismo perfetto e un fronte compatto
La tempistica dell’annuncio francese non è casuale: è arrivata alla vigilia della sentenza del TAR, che ha smontato parte delle motivazioni alla base del golden power, e pochi giorni prima di una comunicazione della Commissione europea che ne ha contestato l’intero impianto.
Nonostante questo contesto più favorevole per Unicredit, il peso crescente della presenza francese ha reso l’operazione ormai impraticabile. Oltre a Crédit Agricole, una rete di altri investitori transalpini – tra cui Banque Postale, BNP Paribas e Natixis – ha consolidato un blocco in grado di ostacolare qualsiasi tentativo di fusione da parte italiana.
Il fallimento di un confronto di mercato
Il ritiro di Unicredit ha sollevato interrogativi non tanto sull’esito finale, quanto sul processo che ha portato alla sua uscita di scena. Il golden power ha infatti impedito un autentico confronto di mercato tra due offerte concorrenti, privando il mercato e gli azionisti di un confronto trasparente.
Da un punto di vista finanziario, Unicredit disponeva di una capitalizzazione quasi doppia rispetto a Crédit Agricole – 95 miliardi contro 49 – e avrebbe potuto offrire condizioni più vantaggiose se la competizione fosse stata giocata a carte scoperte.
La strategia silenziosa dei francesi
A differenza di Unicredit, Crédit Agricole ha saputo muoversi con abilità, stabilendo un dialogo efficace con le istituzioni italiane e dichiarando di non voler assumere il controllo diretto di Banco Bpm, pur consolidando di fatto una posizione dominante. Questa discrezione ha contribuito a rafforzare la sua legittimità agli occhi dei regolatori.
Il terzo polo bancario e gli equilibri futuri
Con l’uscita di scena di Unicredit, si apre ora il tema della creazione di un “terzo polo” bancario italiano. Il piano iniziale del governo puntava a una fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena. Tuttavia, la situazione resta fluida, anche perché Siena è impegnata con l’offerta su Mediobanca, che proseguirà almeno fino a settembre.
Se l’operazione andrà avanti, sarà fondamentale comprendere che ruolo intenderà giocare Crédit Agricole in questo nuovo equilibrio.
Le contropartite e le ambizioni francesi
Nel passato, in occasione della fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI, i francesi ottennero in cambio il controllo di importanti asset bancari italiani. Anche nel caso di Banco Bpm, Crédit Agricole aveva posto condizioni precise per accettare l’ingresso di Unicredit: tra queste, 500 sportelli, una quota del 40% di Agos e un accordo decennale sul risparmio gestito a favore di Amundi.
Tali condizioni difficilmente saranno ripetibili in una fusione tra Banco Bpm e Mps, ma indicano chiaramente il tipo di leva che i francesi intendono esercitare per ottenere vantaggi strategici anche senza controllo diretto.
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