di Guido Talarico
Il Presidente degli Stati Uniti reagisce con la solita aggressività alla nuove rivelazioni sul caso del miliardario pedofilo morto in galera, minacciando il Wall Street Journal e l’editore Rupert Murdoch
di Guido Talarico
C’era una volta Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo (che procurava le minorenni ai suoi amici Vip), finito in galera e morto suicida. C’era anche Donald Trump il tycoon diventato per la seconda volta (!) Presidente degli Stati Uniti. E c’era infine Rupert Murdoch, il magnate dell’editoria mondiale che a guardarlo non si capisce da quanto è vecchio come faccia a stare in piedi e a governare un impero. Può sembrare un “B movie” hollywoodiano , ma in realtà è solo una una brutta storia di potere, di prostituzione e di ricatti. Ma andiamo con ordine e vediamo come i protagonisti (gli ultimi due rimasti in vita) si fronteggiano e come i repubblicani provino a fare quadrato intorno al loro leader.
Trump, che di questa storia non ne può più, ha definito Epstein “l’uomo che non muore mai”. E in effetti, il finanziere pedofilo, amico ad esempio di Andrea d’Inghilterra, continua a perseguitare la politica di fede trumpiana anche dopo la morte: una nuova rivelazione legata a una presunta lettera tra Trump ed Epstein, pubblicata dal Wall Street Journal, sta infatti scuotendo la Casa Bianca, trasformando questo vecchio e orrendo caso di sfruttamento della prostituzione, anche minorile, in un caso politico i cui esiti sono ancora indecifrabili.
Con l’aggressività che gli è tipica, Trump ha così deciso di fare causa al Wall Street Journal e a Rupert Murdoch, proprietario del giornale, colpevoli di aver pubblicato l’articolo che rivela una lettera che l’ex presidente avrebbe scritto a Epstein. Secondo Trump, quella lettera è un falso e per questo la sua diffusione va bloccata. Intanto, per non sbagliare e non tradire il suo ruolo di vendicatore senza paura, ha incaricato la ministra della Giustizia, la fedelissima Pam Bondi, di rendere pubbliche tutte le testimonianze giudiziarie rilevanti sul caso Epstein.
Sul suo social network, Truth, Trump ha anche attaccato direttamente Murdoch e la direttrice del WSJ, Emma Tucker, accusandoli di aver ignorato i suoi avvertimenti. “È una storia falsa, malevola e diffamatoria”, ha scritto. Il quotidiano conservatore aveva pubblicato la copia di una lettera – definita “oscena” – che sarebbe stata parte di un album di auguri per i 50 anni di Epstein, realizzato da Ghislaine Maxwell nel 2003. La lettera, dattiloscritta e con un disegno osceno, contiene un dialogo immaginario tra Trump ed Epstein, dal tono criptico e ambiguo.
Dopo la pubblicazione, Trump ha negato di averla mai scritta e ha attaccato anche alcuni membri del suo stesso movimento, accusandoli di essere stati manipolati da “una truffa della sinistra radicale” orchestrata da Obama e dall’ex capo dell’FBI Comey. La figlia di Comey, procuratrice nel caso Epstein, per altro è stata recentemente rimossa dal ruolo. Proprio una storiaccia.
Karoline Leavitt, la fedelissima ed ortodossa portavoce di Trump, nel tentativo di difendere il capo ha chiesto al giornale finanziario della grande mela una copia originale della lettera, che però – secondo lei – non sarebbe in possesso della redazione. Anche un altro fedelissimo, il Vicepresidente JD Vance, ha liquidato la storia come “una totale stronzata” (gergo ormai di casa nelle stanze del potere Usa). La vicenda tuttavia ha creato qualche imbarazzo tra i repubblicani al Congresso. Non tutti, ma molti, sotto pressione per evidenti questioni di trasparenza, hanno chiesto allo speaker della Camera di andare più a fondo. Ma Johnson, altro ortodosso, ha affermato che la linea del partito resta allineata con quella di Trump.
Molti attivisti del mondo MAGA (il movimento presidenziale “Make America Great Again”), inizialmente critici verso Bondi per come aveva gestito il caso Epstein, pare ora si stiano ricompattando. Tra questi – e giusto per dare un’idea di come i fedeli tentino di arginare lo scandalo – alcuni come Laura Loomer e Charlie Kirk, affermano che se davvero ci fosse qualcosa contro Donald, sarebbe già emerso ai tempi di Barak Obama o Joe Biden. Steve Bannon, un altro esimio corifeo che considera Murdoch un nemico storico del movimento, finisce così per sostenere che l’articolo del WSJ finirà per rafforzare la coesione tra i trumpiani. Pam Bondi dal canto suo, tanto per non restare dietro agli altri adulatori di The Donald, da un lato, come dicevamo, promette che verranno pubblicati nuovi documenti, ma dall’altro poi spiega che la magistratura potrebbe opporsi per tutelare le vittime, anche perchè secondo lei i file rimanenti potrebbero non contenere rivelazioni di grande impatto.
Infine ancora il Presidente. Per difendersi, Trump ha detto anche che lui non se disegnare. Peccato che poco dopo online sono riemersi schizzi di edifici newyorkesi firmati da lui, venduti anche all’asta in passato. Insomma una brutta storia il cui finale è ancora da scrivere. Rimane l’attacco al WSJ, una delle voci più autorevoli e credibili tra i media internazionali, che arriva insieme alla chiusura del “Late Show” di Stephen Colbert, uno dei grandi contenitori serali d’intrattenimento della Tv americana, reso memorabile dall’ancora più memorabile David Letterman. CBS lo chiude formalmente per ragioni di budget, ma tutti sanno che Trump detesta Colbert per la sua satira che lo ridicolizza e bistratta ogni sera. E tutti sanno anche chi controlla CBS, cioè il colosso Paramount, ha da poco raggiunto un accordo transattivo da 16 milioni di dollari proprio con Trump, che le aveva fatto causa sostenendo che 60 Minutes, altra storica trasmissione di inchieste e interviste giornalistiche, avesse modificato un’intervista con Kamala Harris per favorirla nella campagna elettorale delle ultime presidenziali.
Insomma, va in atto un ennesimo scontro di potere, questa volta tutto in casa USA, questa volta con in mezzo i media e l’informazione. E allora torniamo ai fondamentali, “back to basics” dicono gli americani. E ricordiamo intanto a noi stessi che il pensiero critico è una forma di ragionamento che si basa sull’esame attento di fatti, prove, osservazioni e argomentazioni disponibili, con l’obiettivo di arrivare a un giudizio consapevole. Questo processo mentale coinvolge sia elementi concreti sia concetti più astratti, cercando di integrare l’evidenza empirica con il senso comune. E si alimenta attraverso l’osservazione, l’esperienza diretta, il ragionamento logico e la comunicazione, mirando a superare i limiti e i pregiudizi individuali. Come insegnano i grandi maestri della filosofia, i principi fondamentali su cui si basa un pensiero critico sono la chiarezza, l’accuratezza, la precisione e l’adesione ai dati concreti. Un pensiero critico di primo livello ci dice che Jeffrey Epstein e Donald Trump sono stati compagni di orrende merende. E’ un fatto noto che già dice molto (se non tutto) e senza bisogno di ulteriori prove o rivelazioni.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
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