di Guido Talarico


Il romanzo della scrittrice romana, edito da Love & Co, sullo sfondo delle vicende terroristiche che colpirono Israele nel 1972, racconta una storia di legami spezzati, desideri taciuti e quella ostinata speranza che, anche dopo il dolore, qualcosa possa ancora rinascere

di Guido Talarico

Deborah Baranes è una scrittrice che sa rischiare. Chi la conosce, ed io la conosco, può dire che è una donna che non teme il cambiamento, che non si accontenta, che accetta la sconfitta come la vittoria, che la sua vita è piena di discese ardite e di risalite. Sa rischiare appunto. Ma qui non parliamo della sua vita. Qui parliamo del suo ultimo libro: “Tutto quello che resta di noi”, edito da “Love&Co”. Un’opera che per i temi trattati recava in sé un altissimo tasso di pericolosità. Se mi avesse chiesto un parere prima di scriverlo l’avrei sconsigliata. Spy-story, love-story con Israele sullo sfondo. Ma che sei matta? Temi presidiati da campioni della letteratura internazionale tipo John Le Carre, che del genere era il maestro, David Grossman che non è un giallista ma che su guerre e tragedie ha scritto pagine epiche. Oppure scrittori tipo Daniel Silva, uno che vive di pane e Mossad, come Amos Oz, padre della letteratura israeliana, oppure come Batya Gur, l’Agatha Christie d’Israele. Lascia perdere.

Ma lei non lascia mai perdere. Preferisce scottarsi le mani e anche i piedi ma di lasciar perdere non se ne parla. E così, dopo tanti anni di gestazione, questo suo ultimo libro è venuto alla luce. E’ un lavoro non breve (246 pagg.) che si legge con grande piacevolezza e di un fiato. Parte con la calma che serve per farti ambientare nell’epoca in cui è calato e per farti conoscere i personaggi, poi decolla in un vortice di avvenimenti che si intrecciano dettando il ritmo di una storia affascinante. Una vicenda che ha per protagonista il dolore. Sia esso quello di un amore tra amanti, sia quello filiale o fraterno più naturalmente quello che per la patria possono avere due agenti del Mossad. Baranes mischia con accuratezza le pene d’amore con quelle della guerra e del terrorismo, come a ricordarci che mentre si combatte si può anche amare. Anzi forse più si combatte e più si ha bisogno di amore. Era proprio David Grossman che diceva che “chi è ferito ama più profondamente, e soffre di più.”

E così David ed Erica, i due protagonisti, ci trascinano in un vortice di emozioni, paure e rabbia proprio perché vivono le loro vite fatte di azioni efferate e di affetti. Lo sfondo, l’ho già detto, è Gerusalemme (con quei tetti che anche io ho conosciuto bene) e Israele. Quella di Golda Meir. Il che complica le cose, perché questo Paese è sempre stato divisivo. Soprattutto in un’epoca come questa. Ma, come dicevo, Baranes non è una che si scompone. Voleva parlare del popolo di suo padre e lo fa mirabilmente, con cognizione di causa non giornalistica, ma da storica. E’ una secchiona: si vede che ha passato le notti a studiare i drammatici fatti di terrorismo antisemita degli anni 70. Io, anche per l’accuratezza con cui è scritto, nel titolo avrei messo la parola Israele. Proprio per contestualizzare. Ma gli editori avranno avuto le loro ragioni.

Così leggendolo scopri che nonostante i rischi, o anzi forse proprio per i rischi intrinsechi, Tutto quello che resta di noi, è una libro emozionante proprio perché ha la capacità condurre il lettore nel cuore pulsante di un amore che non smette di vivere, anche quando tutto sembra perduto e quanto tutto si mischia con attentati e rappresaglie. Con uno stile diretto ma delicato, Baranes intreccia le vite dei protagonisti in un viaggio che attraversa i non detti, le assenze e i ritorni inaspettati. Un romanzo che parla di ciò che rimane dopo l’urto: le frasi mai dette, i ricordi che si fanno ferite, ma anche i piccoli gesti che tengono viva una possibilità. I personaggi, tratteggiati con grande realismo emotivo, si muovono tra la paura di ricominciare e il bisogno urgente di riscrivere il finale della loro storia.

Baranes non si accontenta di raccontare una pagina drammatica e importante della storia di Israele (il massacro di Monaco 72). La mette di sfondo per parlaci della fragilità umana, del coraggio di rimettere insieme i pezzi e della forza che può avere un sentimento, anche quando tutto sembra irrimediabilmente rotto. Tutto di straordinaria attualità, non trovate? Il titolo stesso diventa una chiave di lettura: Tutto quello che resta di noi non è solo ciò che sopravvive all’amore, ma anche quello che può trasformarsi in un nuovo inizio. Un romanzo per chi ama le storie vere, imperfette, ma profondamente autentiche. E per chi crede che, a volte, quello che resta è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.

A me non piace fare psicologia da bar o peggio da salotto. Ma conoscendo Debbie da tempo penso di poter dire che in Erica c’è tanto dell’autrice. C’è una profondità nella descrizione di quello che la protagonista è e fa che mi lascia immaginare che sia una narrazione autentica, cioè vissuta almeno in parte da chi ce la racconta. E’una donna che c’è, ma poi, senza che nessuno se ne accorga, sparisce per dovere o per amore estremo. Questo libro merita di essere letto perché la storia di spionaggio è tesa, vibrante e non ti lascia fino a che non ne vedi la fine, ma anche perché Baranes ci porta a guardare in faccia certi segreti che teniamo dentro per non ferire gli altri e perché noi stessi abbiamo paura di vederli. Compresa la verità di Israele.

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L’articolo “Tutto quello che resta di noi”, la strage di Monaco 72, l’amore, le cicatrici e i silenzi nell’ultimo libro di Deborah Baranes proviene da Associated Medias.