di Emilia Morelli

Il maresciallo Haftar umilia l’UE e guarda altrove: la Libia si avvicina all’asse Turchia-Russia con il sostegno USA. Bruxelles resta ai margini del nuovo ordine geopolitico

haftarL’esclusione del ministro dell’Interno italiano Piantedosi e di altri rappresentanti europei da un incontro ufficiale in Cirenaica ha segnato una svolta clamorosa nei rapporti tra la Libia orientale e l’Unione Europea. Mai prima d’ora si era verificato un affronto simile: neppure il leader libico Gheddafi, noto per i suoi gesti plateali e provocatori, si era spinto tanto oltre.

Il maresciallo Khalifa Haftar, nonostante i limiti militari dimostrati sul campo, si è sempre mostrato abile nel navigare le complesse dinamiche della politica internazionale. Il suo gesto ha lasciato sbigottite le diplomazie europee, che ora si interrogano sulle reali intenzioni delle autorità di Bengasi. Più che una semplice strategia per ottenere nuovi finanziamenti da Bruxelles, l’esclusione sembra segnare una rottura strutturale con l’UE.

L’Europa fuori dalla partita: l’intesa tra Ankara e Il Cairo

Dietro questa escalation si profila un nuovo scenario strategico, discusso di recente anche tra Macron e Meloni. In quell’occasione, il presidente francese ha messo da parte la storica rivalità con Roma per avvertire la premier italiana: un nuovo assetto sta prendendo forma in Libia, con la regia indiretta degli Stati Uniti.

Sotto la spinta della precedente amministrazione Trump, oggi ripresa nei fatti da quella attuale, Washington sta favorendo un’intesa tra i due principali sponsor dei blocchi contrapposti: la Turchia, a sostegno del governo di Tripoli, e l’Egitto, alleato di Bengasi. Questa convergenza, finora impensabile, viene monitorata da vicino anche da Mosca, che intravede la possibilità di consolidare la propria influenza in Cirenaica con nuove basi logistiche.

L’obiettivo degli Stati Uniti è duplice: stabilizzare la Libia e, nel farlo, ridurre al minimo l’influenza europea. La politica estera americana si conferma così coerente con una linea ormai consolidata: approfittare delle crisi locali per espandere la propria sfera d’influenza a discapito di quella europea.

Il ruolo marginale dell’UE e la fragilità del governo di Tripoli

Mentre l’Europa assiste da spettatrice al rimescolamento delle alleanze, il premier tripolino Abdulhamid Dbeibah si trova in una posizione sempre più instabile. Dopo un fallito tentativo di liberarsi dal giogo delle milizie lo scorso maggio, Dbeibah ha perso l’appoggio cruciale di Ankara. Rimasto senza solide coperture regionali, punta ora sull’Unione Europea per garantirsi un futuro politico, promettendo in cambio di controllare le partenze dei migranti. Ma la violenza quotidiana a Tripoli – dove continuano gli scontri tra la sua guardia personale e le milizie rivali, come la temuta Forza Rada – dimostra che il premier è sempre più isolato.

Haftar, invece, a 81 anni vede un’ultima occasione per unificare la Libia sotto la sua guida, affidando ai figli ruoli chiave: Saddam e Khaled nei reparti militari, Belgassem nella diplomazia economica. Secondo alcuni analisti, sarebbero proprio loro a promuovere una linea più aggressiva verso l’Europa, sfruttando la leva migratoria.

Pressione migratoria e tensioni con la Grecia

Negli ultimi giorni migliaia di migranti hanno lasciato le coste della Cirenaica diretti verso Creta, mettendo in crisi il governo greco. Il premier Mitsotakis ha reagito schierando la flotta e accusando pubblicamente Tripoli di destabilizzare il Mediterraneo. Atene, storicamente vicina ad Haftar in chiave anti-turca, si trova ora spiazzata da un altro cambio di rotta del maresciallo: la sua intenzione di ratificare il contestato accordo marittimo tra Tripoli e Ankara, che esclude Grecia e Cipro dalle risorse sottomarine nel Mediterraneo orientale.

Il trattato, già respinto dal Consiglio europeo, ha fatto infuriare anche il Cairo, che ha chiesto l’intervento di Washington per difendere i propri interessi energetici. Ma intanto, Haftar stringe nuovi legami militari con Russia e Bielorussia: i voli provenienti da Mosca si fanno sempre più frequenti e carichi di armamenti, utili a consolidare il controllo del Fezzan, regione ricca di risorse petrolifere e strategica per l’equilibrio interno del Paese.

Europa ai margini: un rischio sistemico

Dal crollo del regime di Gheddafi nel 2011, la Libia è rimasta frammentata e instabile. Ma oggi, più che mai, sembra prendere forma un equilibrio nuovo in cui l’Europa appare irrilevante. Le alleanze si spostano verso est e sud, mentre Washington, Mosca, Ankara e Il Cairo dettano la linea. In questo contesto, l’Unione Europea rischia non solo di perdere il controllo dei flussi migratori, ma anche l’accesso alle risorse energetiche libiche, fondamentali per la transizione e la sicurezza del continente.

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