di Carlo Longo
Centinaia di coloni israeliani hanno assaltato una base dell’IDF nella Cisgiordania occupata. Un’escalation senza precedenti alimentata da impunità e violenze. Il governo Netanyahu sotto pressione
Nel cuore della Cisgiordania, un episodio inedito ha scosso Israele: decine di coloni israeliani hanno assaltato una base dell’IDF nel distretto di Binyamin, a nord di Gerusalemme. Nonostante il tentativo di sminuire l’accaduto da parte dei militari di guardia, le immagini circolate online – condivise anche dallo stesso esercito – raccontano un attacco organizzato e violento. Bracieri improvvisati, attrezzature date alle fiamme, veicoli danneggiati: un centinaio tra uomini, donne e adolescenti ha cercato di forzare l’ingresso nella base militare durante la notte tra domenica e lunedì.
La risposta dei soldati è stata contenuta: spray urticante per disperdere i manifestanti. Ma la vera notizia, questa volta, è che lo scontro ha fatto irruzione nel dibattito pubblico israeliano, ponendo sotto i riflettori quella Cisgiordania che per anni è stata relegata ai margini del discorso nazionale.
Binyamin: epicentro della tensione tra coloni ed esercito
Il distretto di Binyamin è una delle aree più contese della Cisgiordania. Costellato da 47 insediamenti ufficiali e numerosi avamposti illegali, ospita anche Kokhav HaShahar, colonia nota per l’estremismo di alcuni suoi abitanti, tra cui i cosiddetti “giovani delle colline”. Proprio da qui sarebbe partita l’ondata di violenze che ha preceduto l’assalto alla base IDF.
Nei giorni precedenti all’attacco, alcuni coloni avevano preso di mira il villaggio palestinese di Kafar Malik. L’intervento dei militari israeliani si era concluso con l’uccisione di quattro palestinesi. In risposta, l’IDF aveva smantellato un avamposto illegale, provocando l’ira degli insediati, che avevano affrontato i soldati in ore di scontri. Secondo le loro dichiarazioni, un ragazzo di 14 anni residente a Kokhav HaShahar sarebbe stato ferito dai militari, innescando la successiva protesta sfociata nell’attacco alla base.
Un governo spiazzato tra sostegno e condanna
La gravità dell’accaduto ha costretto anche i vertici del governo Netanyahu a intervenire. Il premier ha bollato l’azione dei coloni come “violenza anarchica” e ha cercato di dissociarla dalla comunità degli insediamenti, definita “pilastro della società israeliana”. Parole condivise anche da due esponenti noti per la loro posizione ultranazionalista, i ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, che hanno pubblicamente condannato l’aggressione ai danni dell’IDF. Un fatto raro, considerando il sostegno politico che gli insediamenti ricevono proprio da questi ambienti.
Nonostante le condanne ufficiali, per molti analisti si tratta di una reazione tardiva. Come sottolinea l’ex colonnella dell’intelligence Miri Eisin, “il governo non ha mai preso posizione contro la violenza dei coloni verso i palestinesi. Ha concesso impunità, e ora questi gruppi si sentono legittimati a colpire chiunque, anche l’esercito”.
Una crisi annunciata: la deriva dell’estremismo nei territori occupati
L’attacco alla base non è un episodio isolato, ma l’apice di una crisi che monta da tempo. Già nel 2023, un allarme lanciato congiuntamente da esercito, intelligence interna e polizia avvertiva del rischio crescente di “terrorismo ebraico” in Cisgiordania. Un monito rimasto inascoltato, anche a causa delle tensioni post 7 ottobre.
Secondo le organizzazioni israeliane per i diritti umani Peace Now e B’tselem, dal 7 ottobre 2023 a oggi i coloni hanno confiscato più territorio palestinese di quanto fatto nei due decenni precedenti. Un’accelerazione resa possibile da un clima politico che, di fatto, favorisce l’espansione degli insediamenti e la normalizzazione della violenza.
La situazione a Hebron e il futuro incerto dei territori
L’instabilità non si è fermata nel distretto di Binyamin. Nelle stesse ore, nuovi attacchi si sono registrati nell’area di Hebron, in particolare nella regione rurale di Masafer Yatta, diventata simbolo della resistenza palestinese grazie al documentario vincitore dell’Oscar “No Other Land”. Ma nemmeno il clamore internazionale sembra in grado di frenare la pressione crescente sui territori palestinesi.
Mentre il mondo si interroga sulla possibilità di una tregua e sulla sorte dei campi profughi in Cisgiordania, la realtà sul terreno racconta una storia diversa: quella di un conflitto che, anche lontano da Gaza, continua ad alimentare rabbia, violenza e senso di impunità.
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