di Guido Talarico

La sfida per Bruxelles è trasformare la pressione in occasione di emancipazione.  Occorre ora prendere lo slancio per un progetto serio di difesa comune, legato a un’autonomia politica, tecnologica e industriale

di Guido Talarico

Luigi Einaudi, il presidente che fece rialzare l’Italia sconfitta nella seconda guerra mondiale, ripeteva spesso che “la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica“. Una lezione che molti suoi contemporanei dovrebbero bene tenere a mente soprattutto a Bruxelles, sia nel gestire il rapporto burrascoso con gli Stati Uniti d’America,  sia nell’affrontare le pressioni indirette che arrivano dalle guerre che si combattono alle proprie porte (Ucraina e Medio Oriente). Per ora l’atteggiamento europeo che sembra primeggiare è soltanto l’attesa e la mediazione.

Guardiamo i fatti. Il negoziato commerciale tra Stati Uniti ed Europa è ancora all’inizio, ma molte conseguenze sono già chiare. Il presidente Usa Donald Trump è felice nel constatare che la sua strategia aggressiva funziona. Ha puntato i riflettori sui dazi alle auto, sull’acciaio, sull’alluminio – contrapposti a centinaia di miliardi di export europeo – e ha messo in discussione l’ambizioso pacchetto europeo sulla Global Minimum Tax. Senza dimenticare le norme digitali anti-abuso contro i colossi di Silicon Valley: anche quelle sotto attacco. Eppure, finora, dall’altra sponda dell’Oceano non è arrivata risposta incisiva. L’Europa – con le sue istituzioni e i suoi governi (e a cominciare da Ursula von Der Leyen che finora ha evitato di andatare a Washingotn – non ha fatto altro che attendere, discutere, scrutare sviluppi futuri, ma non ha resistito con determinazione.

Con il Canada è arrivato ad una nuova frattura, con la Cina ha trovato un accordo (troppo importanti per gli Usa le Terre Rare di Pechino), con la Gran Bretagna ha pure raggiunto una intesa, e con i mercati finanziari Trump oscilla dialogo e rotture. Con l’Europa niente E così la pressione resta costante. La sua illusione di concedere tempo “on the table” – sotto minaccia di dazi al 50 % – non è un gesto di clemenza, ma una strategia studiata per abituare l’Unione a considerare normalità ciò che pochi mesi fa era percepito come insostenibile e atteggiarsi a “partner” piuttosto che a coalizione unita.

Le misure attuate sono già pesanti: da un livello medio del 2,2 % al 10 % sui dazi generali; 50 % su acciaio e alluminio; 25 % sulle auto; la minaccia – reiterata e dunque sempre viva – di portare al 50 % tutti i dazi sull’export UE. Significativo è l’impegno europeo – o meglio, degli Stati membri più sensibili – a spingere la spesa militare fino al 3,5 % del Pil. Molti Paesi, per ragioni di sicurezza, erano già pronti a rafforzare i bilanci nazionali. Ma – avverte il Dipartimento della Difesa USA – così facendo si rischia di saturare la capacità industriale continentale, lasciando spazio di manovra ai colossi americani come Lockheed Martin sul terreno dell’indotto bellico.

daziIl legame tra commercio e difesa è ormai esplicito. Paesi come Polonia, Romania, Finlandia e Danimarca, esposti all’aggressività russa (e a quella trumpiana), hanno frenato la risposta europea ai dazi, timorosi di perdere le garanzie americane. È la dimostrazione che l’azione europea – al momento – si muove solo su richiesta o per paura, non per interesse o scelta strategica autonoma. Trump, da vecchio negoziatore,  ha capito benissimo questa nostra difficoltà: sa di contare sui più fragili e così usa questa asimmetria come arma geopolitica ed economica.

Accade così che anche sull’altro fronte, le norme digitali e fiscali, l’Europa finisca nel mirino. L’introduzione del cosiddetto “co-decision” per i giganti digitali nel Digital Market Act, l’esenzione per le imprese Usa dalla Global Minimum Tax e la revisione – su pressione di Germania, Francia, Italia – delle Web Tax europee, sono tutte misure che cedono terreno. Nulla è casuale: è la reazione di una Europa incapace di difendersi in modo omogeneo, animata dalla paura di ritorsioni sulle esportazioni.

Salta agli occhi l’esempio dell’acciaio italiano di alta qualità: un cosiddetto «dazio stupido», anzi più stupido degli altri perchè alla fine danneggerebbe anche l’industria americana.  Gli stessi diplomatici italiani continuano a ripeterlo: la materia dei dazi è complicata e le contromisure Usa – oltretutto – rischiano di penalizzare l’industria europea più di quanto non tutelino la loro.

In Italia, Palazzo Chigi ha fatto la sua scelta. Il 10 %  diventa un “zoccolo duro” da cui non si intende discostarsi. E lo stesso ragionamento vale per mostri sacri di casa nostra come il vino e l’alimentare: qualche punto di barriera tariffaria può essere assorbito in una redistribuzione tra costi e prezzi, se serve a tenere testa ai “ricatti” di Trump. È l’ammissione che una chiusura totale diventa ormai obiettiva causa perdente. Meglio reggere e trattare su quella soglia, tenendola alta.

Ma ci sono anche dissidi interni all’UE, tra chi – come Macron – non vuole inchinarsi ai dazi, e chi ritiene più saggio dare un segnale di timore, cui rispondere solo con minacce di ritorsione. In materia di immigrazione, difesa e commercio, le linee sono state tracciate: Berlino e Roma, di recente, hanno trovato una condivisione più pragmatica dell’interesse nazionale, anche a scapito di approcci bilateralistici o franco-britannici.

Diventa dunque evidente: dove si parla chiaro – e permanentemente – Trump non può tirare troppo la corda. E la spinta a un rafforzamento militare europeo dovrebbe andare di pari passo con un’Amministrazione Washington disposta a garantire i flussi commerciali. Ma finché Bruxelles – e i governi europei – accettano la logica del silenzio come unico “strumento di negoziazione”, Trump continuerà a imporre la sua agenda. Del resto è la sua tattica, quindi non smetterà finché funziona.

Ecco allora la sfida per l’Europa: trasformare questa pressione in occasione di emancipazione. Troppo spesso subalterna, inerte, incapace di mettere in campo un’autentica strategia collettiva. Occorre ora prendere lo slancio: un progetto serio di difesa comune, legato a una reale autonomia politica, tecnologica e industriale, non a finalità simboliche. Significa liberarsi dalla dinamica della minaccia permanente, sviluppare capacità proprie di deterrenza e – soprattutto – ricostruire un’azione diplomatica davvero unita.

Solo così l’Europa potrà premere sulla bilancia – di Trump o di chiunque verrà (J.D. Vance sembra più aggressivo del suo dante causa) – da posizione di forza. E potrà liberarsi, una volta per tutte, dall’ombra ingombrante del Protettore. Perché un’Europa che pretende rispetto, prima deve imparare a trattare da sé. Uno dei pochi leader europei che seppe dire di no agli Usa (vedi Sigonella), vale a dire Bettino Craxi, ripeteva spesso una battuta di un altro grande socialista, Sandro Pertini: “a brigante, brigante e mezzo”. Ma non ci facciamo illusioni, gli impavidi sono i più e questi più ricordano bene come è finita con Bettino Craxi.

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