di Emilia Morelli
Dopo dodici giorni di guerra tra Iran e Israele è stata raggiunta una tregua, ma gli attacchi ai siti nucleari iraniani hanno causato solo ritardi temporanei e il regime resta saldo al potere
Dopo dodici giorni di intensi scontri militari, è stata raggiunta una tregua tra Iran e Israele. La comunità internazionale guarda ora ai risultati effettivi di questo breve ma devastante conflitto, in particolare per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, bersaglio principale degli attacchi lanciati da Israele con il sostegno degli Stati Uniti. Ma la pace è davvero iniziata? E soprattutto, è stato ottenuto qualcosa di strategicamente duraturo?
Trump esulta, ma le valutazioni sono contrastanti
Donald Trump, intervenendo su Truth Social, ha celebrato il risultato militare con toni enfatici: “I siti nucleari in Iran sono completamente distrutti!”. Ha poi criticato duramente i media statunitensi, come la CNN e il New York Times, accusandoli di minimizzare quella che ha definito “una delle operazioni più efficaci della storia militare”.
A supporto delle sue parole, Trump ha anche condiviso un video provocatorio con una versione modificata della canzone “Barbara Ann” dei Beach Boys, trasformata in “Bomb Iran”. Tuttavia, l’entusiasmo dell’ex presidente contrasta con le analisi delle agenzie di intelligence e delle fonti internazionali.
Danni al programma nucleare: ritardo di pochi mesi?
Secondo informazioni ottenute dalla Defence Intelligence Agency (DIA) del Pentagono, l’impatto degli attacchi israeliani contro i siti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan avrebbe rallentato il programma atomico iraniano solo temporaneamente. Le strutture più vulnerabili, come laboratori e centrifughe di superficie, sono state colpite con successo, causando la morte di almeno dieci scienziati. Tuttavia, le installazioni sotterranee più protette sono rimaste in gran parte intatte.
Anche se la Casa Bianca ha confermato l’autenticità del rapporto del DIA, lo ha definito “inesatto”. Dall’Iran, intanto, sono arrivate rassicurazioni sul fatto che i piani di ripristino delle attività nucleari fossero già pronti prima degli attacchi.
Uranio arricchito e pericoli futuri
Il punto più delicato riguarda le scorte di uranio arricchito. Secondo fonti di intelligence statunitensi, circa 400 kg di materiale sarebbero stati trasferiti prima dei raid. Una quantità sufficiente, teoricamente, per produrre numerose testate nucleari. Se l’Iran dovesse uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e bloccare i controlli dell’AIEA, potrebbe riprendere il percorso verso la bomba atomica, seguendo l’esempio di Corea del Nord e Pakistan.
Anche BBC e CBS confermano, tramite fonti indipendenti, che le centrifughe situate in profondità sono ancora operative e che l’effetto militare complessivo dell’offensiva ha ritardato lo sviluppo atomico solo di qualche mese.
Il regime iraniano resiste
Tra gli obiettivi dichiarati del governo israeliano vi era anche l’auspicio di un cambio di regime a Teheran. Tuttavia, analisti ed esperti diplomatici concordano sul fatto che un rovesciamento del governo iraniano non possa essere imposto dall’esterno.
Un rappresentante israeliano a Washington ha dichiarato che “gli attacchi hanno solo creato le condizioni affinché il popolo iraniano possa scegliere autonomamente il proprio futuro”. Ma allo stato attuale, il potere dell’ayatollah Ali Khamenei e delle istituzioni teocratiche sembra ancora saldo.
La posizione iraniana e il bilancio umano
Il presidente iraniano ha negato ogni intenzione di dotarsi di armi nucleari, sottolineando che l’obiettivo del suo Paese è esclusivamente quello di sviluppare un programma energetico civile. Ha anche manifestato la volontà di riaprire i canali diplomatici con gli Stati Uniti, facendo riferimento ai colloqui previsti (e poi cancellati) il 14 giugno, data immediatamente successiva allo scoppio delle ostilità.
I costi umani, nel frattempo, sono stati pesanti: secondo il Ministero della Salute iraniano, si contano almeno 610 vittime e oltre 4.700 feriti tra i civili. Un bombardamento aereo israeliano nel nord del Paese, avvenuto poco prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, ha provocato ulteriori 16 morti. Anche Israele ha subito perdite, con 28 vittime accertate a causa del fuoco iraniano.
Prospettive future: una pace fragile
Il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha affermato che la “campagna contro l’Iran non è conclusa”, facendo presagire la possibilità di nuovi scontri. Lo stesso esercito israeliano ha dichiarato di voler ora concentrare nuovamente i propri sforzi su Gaza, dove prosegue il conflitto scatenato dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
In conclusione, la tregua tra Iran e Israele ha posto fine — almeno temporaneamente — a una spirale di violenze. Tuttavia, né il programma nucleare iraniano né la stabilità politica della regione sembrano aver subito mutamenti irreversibili. I prossimi mesi diranno se la diplomazia potrà davvero aprire una nuova fase o se si tratterà solo di una pausa in un conflitto destinato a riaccendersi.
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L’articolo Tregua tra Iran, Usa e Israele: cosa resta dopo 12 giorni di guerra e attacchi ai siti nucleari proviene da Associated Medias.

