di Mario Tosetti
Gli Stati Uniti riducono il personale in Medio Oriente mentre l’Iran rilancia sull’arricchimento dell’uranio. Cresce il rischio di un conflitto: Israele è pronto ad agire anche senza il via libera americano
Gli Stati Uniti hanno ordinato il rientro del personale non essenziale dall’ambasciata di Baghdad e lasciato libertà di rientro alle famiglie dei militari di stanza in Bahrein e Kuwait. Una misura precauzionale, ma anche un messaggio politico chiaro: le tensioni con l’Iran stanno raggiungendo un nuovo picco, e lo spettro di un conflitto si fa sempre più concreto.
L’Aiea approva una risoluzione di censura contro l’Iran
Il consiglio direttivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha votato una risoluzione di censura nei confronti di Teheran. Il motivo: il mancato rispetto degli obblighi sul programma nucleare. La risoluzione è passata con 19 voti favorevoli; contrari Russia, Cina e Burkina Faso, mentre 11 Paesi si sono astenuti.
Una mossa che potrebbe riattivare le sanzioni ONU sospese dopo l’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa), dal quale gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente nel 2018.
La reazione dell’Iran: nuove centrifughe e impianti segreti
Teheran ha respinto le accuse, bollando la risoluzione dell’Aiea come “politicamente motivata”. In risposta, l’Iran ha annunciato l’apertura di un nuovo sito di arricchimento in località segreta e l’ammodernamento delle centrifughe dell’impianto di Fordow.
L’arricchimento dell’uranio iraniano ha già superato il 60% di purezza — una soglia preoccupante, considerando che il 90% è quella necessaria per un’arma nucleare. Secondo l’Aiea, Teheran possiede abbastanza materiale per costruire tra le sei e le nove bombe atomiche, anche se ufficialmente dichiara di non voler realizzare armamenti nucleari.
Negoziati in stallo: Trump non cede, l’Iran nemmeno
Da due mesi, USA e Iran si confrontano in colloqui indiretti, ma senza risultati concreti. Washington vuole che Teheran fermi ogni attività di arricchimento; l’Iran insiste sul diritto all’energia nucleare a scopi civili.
Il presidente Trump si è detto contrario all’uso della forza, ma continua a ribadire che l’Iran “non può arricchire uranio”. Le probabilità di un’intesa sono ormai minime e il fallimento del negoziato rischia di aprire la strada a un’escalation militare.
Israele spinge per un attacco preventivo
Israele, da sempre contrario al programma nucleare iraniano, considera Teheran una minaccia esistenziale. Il ministro della Difesa israeliano ha chiesto più volte un intervento americano contro i siti nucleari.
Tuttavia, secondo indiscrezioni, Tel Aviv starebbe valutando anche un’azione unilaterale. Un’ipotesi difficile da realizzare: i principali impianti iraniani sono sotterranei e protetti da centinaia di metri di roccia. Per colpirli servirebbero bombe perforanti e rifornimenti in volo — capacità che solo gli Stati Uniti possiedono.
Teheran minaccia ritorsioni contro Israele e basi USA
Un attacco israeliano — con o senza l’appoggio di Washington — innescherebbe una reazione immediata. L’Iran ha già promesso centinaia di lanci di missili e droni contro Israele e le basi americane nella regione.
Per questo, qualsiasi operazione militare richiederebbe un pieno coordinamento con gli Stati Uniti, che al momento restano cauti, ma pronti a reagire.
Sesto round di colloqui a rischio: la decisione spetta a Trump
Domenica, in Oman, è previsto il sesto round di negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran. Ma l’ottimismo iniziale sembra ormai svanito. Se Trump dovesse dichiarare fallito il dialogo, le probabilità di un’azione militare aumenterebbero drasticamente.
Finché la diplomazia non sarà ufficialmente dichiarata chiusa, Israele ha promesso di attendere. Ma il conto alla rovescia potrebbe essere già iniziato.
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