di Corinna Pindaro

L’Anm rilancia la protesta contro la riforma della giustizia. In vista del voto in Senato, magistrati divisi anche al proprio interno

anmSarà una settimana calda per la giustizia italiana. Il disegno di legge sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – che approderà in Aula al Senato il 18 giugno – continua a suscitare forti reazioni nell’Associazione nazionale magistrati (Anm), contraria in modo netto a quella che definisce una “svolta senza precedenti” nella Costituzione.

Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, ha ribadito il dissenso sottolineando che, pur riconoscendo la legittimità del Parlamento a legiferare, “la sovranità popolare non è un lasciapassare senza contrappesi”, citando il richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tre eventi pubblici in programma e ipotesi referendum

La risposta della magistratura non si limita a comunicati. Martedì prossimo l’Anm organizzerà tre iniziative aperte alla cittadinanza a Roma, Milano e Bari per spiegare i rischi della riforma. In parallelo, prende corpo l’idea di un referendum confermativo, che potrebbe tenersi entro dieci mesi. “La partita è tutta aperta”, ha dichiarato Parodi, aprendo alla possibilità di un pronunciamento popolare che potrebbe bloccare la riforma.

Lo scontro con Nordio e i numeri che smentiscono il ministro

Sul fronte politico, continua anche il botta e risposta con il ministro della Giustizia Carlo Nordio. A rispondere alle sue dichiarazioni è Rocco Maruotti (Area), segretario dell’Anm, che contesta la narrazione del governo: “Non è vero che il Csm non esercita poteri sanzionatori. Solo nel 2023 ci sono stati 74 procedimenti disciplinari contro magistrati, con il 41% conclusi con condanne: 17 censure, 7 decurtazioni d’anzianità, 3 sospensioni, 2 rimozioni e solo un caso con semplice ammonimento”.

Tensioni interne all’Anm: accuse di censura e clima avvelenato

Ma le frizioni non sono solo tra magistratura e politica. A margine della riunione del comitato direttivo, si è registrato un momento di forte tensione interna. Il pm milanese Stefano Ammendola, esponente della corrente di destra Mi (la stessa del presidente Parodi), ha denunciato pubblicamente un presunto atto di censura ai suoi danni: un breve video del suo intervento – in cui raccontava una telefonata dai toni “insultanti” ricevuta da un collega di Magistratura democratica – era stato momentaneamente oscurato dal sito dell’Anm.

Nonostante le scuse formali ricevute dal collega coinvolto, Ammendola ha rifiutato di archiviare l’episodio: “Non accetto atteggiamenti opachi. Le regole per un magistrato sono tutto. Mi batto ogni giorno contro le mafie, non posso far finta di nulla”.

La questione si è chiusa con un voto di ratifica dell’operato del presidente Parodi e l’autorizzazione alla pubblicazione integrale del video. Ma il clima resta teso. “Con le battaglie che abbiamo da affrontare – ha commentato un membro della giunta – questo spettacolo danneggia tutti. Così si fa solo il gioco di chi vuole vedere la magistratura divisa e delegittimata”.

Prossime sfide

Tra i temi più urgenti citati dall’Anm ci sono anche le conseguenze pratiche del ddl: secondo Parodi, l’approvazione del disegno di legge “rischia di paralizzare gli uffici giudiziari” e di compromettere anche norme cruciali come quelle contro i femminicidi e le misure cautelari su smartphone e dispositivi informatici.

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