di Emilia Morelli

Zelensky propone un vertice con Putin e una tregua. Mosca rifiuta: «Impossibile trattare con terroristi». Tensione altissima dopo i raid ucraini

putin zelenskyLa finestra di dialogo tra Russia e Ucraina, aperta timidamente anche grazie all’attivismo internazionale di figure come Donald Trump, si è richiusa bruscamente. E con fragore. A prevalere oggi sono sfiducia totale, accuse reciproche e toni sempre più bellicosi, a cominciare da quelli del presidente russo Vladimir Putin. Il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky, dal canto suo, non ha mai mutato linea: da Mosca non ci si può fidare. Eppure, nonostante tutto, la porta del dialogo – almeno formalmente – resta socchiusa.

Il leader ucraino accusa il Cremlino di mascherare da negoziati quello che è in realtà un gioco dilatorio per evitare nuove sanzioni. «Le condizioni presentate da Mosca sono solo ultimatum», ha dichiarato, riferendosi al documento consegnato lunedì a Istanbul. Anche stavolta, il solo risultato concreto dei colloqui è un accordo per lo scambio di prigionieri: 500 detenuti di guerra per parte, previsto nel fine settimana. Per il resto, secondo Zelensky, «ulteriori incontri tecnici non hanno senso».

La proposta di Kiev: tregua immediata, poi un vertice tra leader

Zelensky rilancia: per uscire dal vicolo cieco della guerra, serve un incontro diretto ai massimi livelli. Un faccia a faccia con Putin, da tenersi in sede neutra – Istanbul, Città del Vaticano, Svizzera – e preceduto da un cessate il fuoco immediato.

«Offriamo ai russi una tregua fino all’incontro tra i leader. Siamo pronti a vederci subito, dove e quando vogliono», ha spiegato. E mette dei paletti: la tregua si interromperebbe lo stesso giorno del vertice se non emergessero volontà e idee concrete di de-escalation. In caso contrario, si proseguirebbe con la mediazione e il monitoraggio di terze parti, in primis gli Stati Uniti.

La replica del Cremlino: “Con i terroristi non si tratta”

Ma la risposta del Cremlino è stata gelida. Putin, intervenuto pubblicamente per la prima volta dopo la serie di audaci operazioni dell’intelligence ucraina, ha chiuso la porta a ogni ipotesi di incontro con Zelensky, etichettando il governo di Kiev come «un’organizzazione terroristica».

«Il regime ucraino, già illegittimo, sta degenerando nel terrorismo», ha dichiarato, riferendosi ai recenti sabotaggi, tra cui l’Operazione Ragnatela – che ha colpito pesantemente le forze aeree russe – e l’attacco al ponte di Kerch, collegamento simbolico e strategico tra Russia e Crimea. Mosca accusa anche Kiev di essere dietro agli attentati ferroviari nelle regioni di Bryansk e Kursk.

Putin rigetta infine l’idea di un cessate il fuoco: secondo il presidente russo, l’Ucraina lo sfrutterebbe solo per «riarmarsi con armi occidentali, intensificare la mobilitazione e pianificare nuovi attentati».

Escalation in vista?

Dietro le dichiarazioni infuocate, secondo molti osservatori, si cela un piano di Mosca per una rappresaglia su larga scala. Punire Kiev per l’audacia dei suoi colpi di mano, magari con un’azione militare a effetto, è diventata una priorità politica e strategica. Alcuni consiglieri ultranazionalisti, secondo quanto riportato dalla CNN, non escluderebbero nemmeno l’opzione nucleare tattica.

Intanto, né Turchia né Svizzera né Vaticano hanno motivo di preparare stanze per i negoziatori: i tappeti restano arrotolati, e la diplomazia, ancora una volta, appare come la grande assente.

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