di Ennio Bassi
Negli anni ’80, con la saggezza di chi conosce il valore della concretezza, ha riportato linfa nuova all’Inter, scegliendo campioni come Rummenigge, Matthaus e Brehme, e affidandosi a Giovanni Trapattoni, uomo di squadra e di carattere.
Ernesto Pellegrini se n’è andato oggi a 84 anni, scegliendo un giorno simbolico per chi ha amato profondamente Milano e la sua squadra del cuore: la finale di Champions della sua Inter. Un destino che sembra scritto, per un uomo che sapeva il valore della fatica e della dignità, cresciuto nella periferia milanese, figlio di ortolani e diplomato in ragioneria. Un vero self made man, che ha incarnato l’idea di successo costruito con lavoro e rispetto.
Prima ancora di diventare presidente, Pellegrini era già «suo» per passione e attaccamento ai colori nerazzurri. Negli anni ’80, con la saggezza di chi conosce il valore della concretezza, ha riportato linfa nuova all’Inter, scegliendo campioni come Rummenigge, Matthaus e Brehme, e affidandosi a Giovanni Trapattoni, uomo di squadra e di carattere. Non sempre arrivarono trofei, ma la squadra restituì emozioni autentiche, quel calcio che sa di cuore e fatica.
Pellegrini non era solo il presidente di un club, ma un uomo riservato, attento al sociale, che preferiva l’azione discreta all’esibizione. Aveva fondato un ristorante chiamato “Ruben” in memoria di un amico scomparso, un luogo dove il cibo era semplice ma fatto con cura, come la sua vita.
Oggi, l’Inter giocherà con il lutto al braccio, ricordando quell’uomo che con onore e determinazione ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del club e nella città di Milano. Un presidente che ha insegnato che il successo è prima di tutto fatica, passione e cuore nerazzurro.
I funerali si terranno mercoledì 4 giugno nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, alle 14.45.
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