di Aisha Harrison

Sullo sfondo,  la delicatissima fusione  tra la centenaria U.S. Steel e la giapponese Nippon Steel. E c’è, naturalmente, la campagna per le elezioni di midterm di novembre: un test cruciale per la tenuta repubblicana al Congresso e un banco di prova per il “nuovo Trumpismo” in salsa sovranista-industriale.

“Li porteremo dal 25% al 50%, i dazi sull’acciaio in ingresso negli Stati Uniti d’America.” È bastata questa frase, pronunciata da Donald Trump venerdì sera davanti agli operai della U.S. Steel in Pennsylvania, per agitare i mercati globali e accendere una nuova fiammata di protezionismo nell’industria pesante americana. Non si tratta solo di acciaio. Né soltanto di politica commerciale. Sullo sfondo, infatti, c’è la delicatissima fusione (o “partnership”, secondo Trump) tra la centenaria U.S. Steel e la giapponese Nippon Steel. E c’è, naturalmente, la campagna per le elezioni di midterm di novembre: un test cruciale per la tenuta repubblicana al Congresso e un banco di prova per il “nuovo Trumpismo” in salsa sovranista-industriale.

Nell’acciaieria Irvin Works, alle porte di Pittsburgh, Trump ha lanciato un messaggio chiaro: difendere l’industria americana significa chiudere la porta alle importazioni a basso costo, e rimettere al centro la manifattura nazionale. Raddoppiare i dazi sull’acciaio equivale, secondo lui, a garantire “posti di lavoro americani per i lavoratori americani”.

L’altro piatto forte del discorso è stato il via libera presidenziale al contestatissimo affare tra U.S. Steel e Nippon. Se l’ex presidente Joe Biden aveva bocciato l’operazione per ragioni di sicurezza nazionale, Trump ha deciso di rivedere tutto. E ha ribaltato la narrativa: non un’acquisizione straniera, ma un investimento vigilato da Washington.

“Nippon investirà 14 miliardi di dollari in 14 mesi – ha annunciato – ma il controllo resterà americano”. La sede resterà a Pittsburgh, l’amministratore delegato sarà statunitense e la maggioranza del consiglio d’amministrazione sarà composta da membri nominati sul suolo americano.

Il senatore repubblicano Dave McCormick ha parlato di un vero e proprio “national security agreement”, che prevede una golden share in mano al governo Usa. Questo diritto speciale non si tradurrà in quote azionarie, ma in poteri contrattuali per bloccare decisioni ritenute contrarie all’interesse nazionale, come la riduzione della capacità produttiva o la delocalizzazione.

Sindacati prudenti, ma il sospetto resta

I lavoratori non sembrano ancora convinti. Il potente sindacato United Steelworkers ha dichiarato che “non può esprimersi sull’impatto dell’annuncio senza conoscere i dettagli”. Ma ha anche ricordato che “Nippon è una multinazionale con un lungo e documentato passato di violazioni delle leggi commerciali americane”. La paura è che l’accordo possa ridurre la produzione interna e minacciare migliaia di posti di lavoro sindacalizzati.

Dietro le cifre e i tecnicismi, il messaggio di Trump ha un obiettivo chiaro: parlare al cuore industriale dell’America, in vista di un voto che si giocherà tutto sull’economia reale, sulle disuguaglianze e sulla rinascita del “Made in USA”.

 

 

 

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