di Velia Iacovino

E’ la fine della narrazione del “governo come azienda”, del genio visionario che taglia i rami secchi dello Stato con la motosega dell’algoritmo. È il tramonto del mito tecnocratico in salsa populista

 

 

musk

C’è un’immagine che più di ogni altra sintetizza lo spirito del nostro tempo: Elon Musk e Donald Trump, spalla a spalla nello Studio Ovale, mentre sorridono davanti ai fotografi e smentiscono — senza troppa convinzione — di essersi lasciati. Non è la scena di un addio, è il funerale di una narrazione. Quella del “governo come un’azienda”, dell’efficienza manageriale calata sulla macchina pubblica come un’epifania salvifica, del genio visionario che taglia i rami secchi dello Stato con la motosega dell’algoritmo. È il tramonto del mito tecnocratico in salsa populista

Per mesi ci hanno venduto l’idea del DOGE — Department of Government Efficiency — come la soluzione a tutti i mali dell’amministrazione americana. Un nome da meme per un’operazione serissima, almeno sulla carta: Musk come “funzionario speciale” con pieni poteri per stanare sprechi, moltiplicare i risparmi, digitalizzare l’impossibile. La realtà, oggi, ci restituisce un’altra fotografia: un bilancio federale ancora ipertrofico, tagli a pioggia che hanno lasciato a casa migliaia di lavoratori, e un rapporto tra i due protagonisti che, nonostante le strette di mano, sembra logoro come un cavo SpaceX dopo l’ennesimo test fallito.

Ma il punto non è solo se Musk abbia fallito o se Trump stia cercando un capro espiatorio. Il punto è che stiamo assistendo a un cortocircuito tra potere politico e potere imprenditoriale che si alimenta di tensioni, ambiguità e provocazioni. Un cortocircuito che non è nuovo, ma che in questa alleanza — più performativa che programmatica — ha raggiunto il suo apice. Il presidente che governa a colpi di clip,  l’imprenditore che usa X come pulpito e tribunale, e una narrazione pubblica dove tutto è temporaneo, tutto è brand.
Dietro l’addio ufficiale di Musk al DOGE — accolto dalla Casa Bianca con un misto di imbarazzo e retorica — c’è anche il crollo di una certa idea di leadership: quella che credeva di poter traslare il linguaggio delle startup alla governance di una superpotenza. Ma la politica non è una demo, e i cittadini non sono beta tester. Servono competenza, costanza, responsabilità: virtù noiose, certo, ma fondamentali.

Eppure, guai a pensare che la stagione sia finita. In un sistema dove la spettacolarizzazione è parte integrante del consenso, ogni crisi può diventare contenuto. Musk non lascia davvero: resta “dietro le quinte”, pronto a rientrare in scena come guest star. Trump lo sa, e lo tiene nella sua orbita perché è un alleato troppo potente — e troppo ingombrante — per essere semplicemente archiviato. E il racconto, per ora, tiene. Il DOGE è morto, viva il DOGE. In un sistema dove l’apparenza vale più del risultato, anche il fallimento può essere monetizzato. Basta impacchettarlo bene.

La verità è che, come spesso accade, non siamo di fronte a una rottura ma a un rebranding. Musk esce dal governo, ma resta nel racconto. Trump si prende il merito dei risparmi, e scarica le colpe sulle resistenze burocratiche. Entrambi continuano a recitare nel grande reality della politica americana, dove la trama non è mai lineare e gli episodi si scrivono giorno per giorno, a colpi di tweet, titoli, rumor e smentite.

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