di Carlo Longo
Dopo le parole di Trump contro Putin, Mosca evita lo scontro diretto e punta tutto sulla vittoria militare in Ucraina. Ecco lo scenario politico e mediatico russo
L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente etichettato Vladimir Putin come “fuori controllo”, ma in Russia la reazione ufficiale è stata volutamente contenuta. Mentre i media occidentali hanno dato ampio risalto all’insulto, i principali canali televisivi statali russi, come Rossija1 e Pervyj Kanal, hanno scelto il silenzio. Allo stesso tempo, le agenzie Tass e Ria Novosti si sono concentrate sulle critiche di Trump al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, evitando di sottolineare le parole rivolte a Putin.
Secondo analisti vicini al Cremlino, come Mikhail Rostovskij del Moskovskij Komsomolets, il disappunto di Mosca per l’ex alleato americano passa in secondo piano rispetto all’obiettivo strategico: ottenere una vittoria netta sul campo in Ucraina, a costo di compromettere i rapporti con Trump. Il suo piano di pace, già considerato morente, è ormai ritenuto marginale nei calcoli del potere russo.
Commentatori e analisti in linea con il Cremlino hanno sposato una visione univoca: meglio un successo bellico che la protezione politica di Trump. Tra i “blogger Z” su Telegram e le voci più oltranziste, prevale l’idea di proseguire l’offensiva militare e schiacciare la resistenza ucraina, anche se ciò significasse perdere l’appoggio di un futuro presidente statunitense favorevole a negoziati.
Una strategia su due binari
Nonostante le dichiarazioni aggressive e l’escalation retorica, a Mosca persiste l’idea di percorrere due strade parallele. Da una parte, proseguire l’offensiva per ottenere vantaggi concreti sul campo; dall’altra, mantenere aperta una porta verso il dialogo con Washington, magari dopo le presidenziali USA del 2024. In questo contesto, l’insulto di Trump è stato presentato dai portavoce russi come una reazione impulsiva e personale, minimizzata dal Cremlino per non alimentare ulteriori tensioni.
Konstantin Blokhin, analista presso Radio Moskva24, ha interpretato le parole di Trump come frutto di frustrazione e stallo diplomatico. Una linea confermata anche da Dmitrij Peskov, portavoce ufficiale di Putin, che ha liquidato l’episodio come un momento di emotività dell’ex presidente statunitense. Lo stesso tono è stato adottato da Aleksej Chepa, vicepresidente della Commissione Esteri della Duma.
Escalation verbale e minacce velate
Se da un lato i vertici russi hanno preferito non raccogliere la provocazione, dall’altro non sono mancate parole minacciose da parte di figure istituzionali e mediatiche. Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha lasciato intendere che un’ulteriore fornitura di armi occidentali all’Ucraina potrebbe spingere la Russia a inglobare l’intero territorio ucraino, riducendolo a un’esile fascia di terra al confine con la Polonia.
Più diretto è stato il deputato Mikhail Sheremet, che ha invitato Trump a misurare le parole per evitare di essere accomunato a Biden e Zelensky, definiti in termini sprezzanti. Il commentatore Dmitrij Popov, figura nota tra gli ambienti ultranazionalisti, ha rivolto direttamente un attacco all’ex presidente USA, esortandolo ad allontanarsi dal conflitto se davvero lo considera una guerra che non gli appartiene.
Il Cremlino punta tutto sulla vittoria
Mentre l’Occidente si interroga sulle reali intenzioni di Trump e sulla sua distanza politica da Putin, la leadership russa sembra aver già fatto la propria scelta: la priorità assoluta resta il successo militare in Ucraina. Le dinamiche politiche statunitensi vengono osservate, ma non condizionano la strategia. L’obiettivo, oggi più che mai, è dettare i termini del conflitto e presentarsi da vincitori, anche a costo di perdere vecchie alleanze.
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