di Emilia Morelli

Dopo l’Operazione “Carri di Gedeone”, l’Unione Europea avvia una revisione dei rapporti con Israele. Possibili conseguenze economiche per Tel Aviv, mentre l’Italia si oppone

israeleDiciannove mesi di violenze e l’avvio di una nuova offensiva militare a Gaza – denominata “Carri di Gedeone” – hanno scosso gli equilibri internazionali. L’operazione, che prevede lo spostamento forzato dei civili verso il sud della Striscia sotto il controllo delle forze armate israeliane, ha spinto anche i partner storici di Israele a riconsiderare il loro sostegno.

Dalla sospensione dei negoziati commerciali da parte della Gran Bretagna alle minacce di sanzioni lanciate da Francia e Canada, il consenso internazionale verso le politiche del governo Netanyahu si incrina. In questo contesto, anche l’Unione Europea ha deciso di avviare una procedura di revisione dell’accordo di associazione firmato con Israele nel 2000.

La clausola dei diritti umani e il ruolo dell’Italia

Il punto centrale della revisione riguarda l’articolo 2 dell’accordo, che stabilisce che le relazioni tra le due parti devono basarsi sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Su iniziativa dei Paesi Bassi, è stato avviato un processo di verifica, approvato a maggioranza tramite una consultazione orale, anche se non si è svolta una votazione formale. L’Italia, insieme ad altri otto Paesi membri – tra cui la Germania – si è espressa contro.

Il dibattito interno in Israele e la frattura dell’opinione pubblica

Le pressioni internazionali sembrano indirizzate più a influenzare il dibattito interno israeliano che a generare un effetto immediato. Un sondaggio diffuso dalla rete israeliana N12 rivela che il 53% degli intervistati ritiene che Netanyahu abbia interrotto i negoziati con Hamas per il rilascio degli ostaggi al solo scopo di mantenere il potere. Solo una minoranza (38%) crede che lo abbia fatto per motivi strategici.

Un possibile impatto economico da miliardi di euro

Il Washington Post ha analizzato le implicazioni economiche di eventuali modifiche agli accordi commerciali. L’Unione Europea rappresenta il principale partner economico di Israele, con scambi bilaterali per oltre 42 miliardi di euro. Tel Aviv esporta verso l’Europa merci per circa 26,7 miliardi (tra cui tecnologie elettroniche e prodotti agricoli) e ne importa per 15,9 miliardi.

Se Bruxelles dovesse procedere con dazi o restrizioni, sarebbero a rischio quasi un terzo delle esportazioni israeliane (28,8%) e oltre il 32% delle sue importazioni. Sommando anche gli effetti di possibili azioni da parte di Gran Bretagna e Canada, l’impatto complessivo salirebbe rispettivamente al 31% per le esportazioni e al 37% per le importazioni israeliane.

Un’iniziativa per ora simbolica, ma potenzialmente esplosiva

Al momento, tuttavia, la procedura avviata dalla UE è ancora priva di tempistiche e contorni precisi. Una revisione degli accordi commerciali potrebbe essere decisa con una maggioranza qualificata (15 Paesi su 27 rappresentanti almeno il 65% della popolazione UE). La sospensione vera e propria del trattato, invece, richiederebbe l’unanimità degli Stati membri, un’ipotesi al momento improbabile a causa del sostegno di governi come quello ungherese.

Il governo israeliano: “Le pressioni non ci fermeranno”

Nonostante il clima sempre più teso, Israele continua a respingere ogni interferenza. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che “le pressioni internazionali non fermeranno il nostro impegno per la sicurezza e l’esistenza dello Stato”. Tel Aviv conta ancora sull’appoggio degli Stati Uniti, sia politico che economico, ma non può ignorare il rischio di isolamento sul fronte europeo.

Tra i danni collaterali di un eventuale inasprimento dei rapporti ci sarebbe anche l’esclusione da programmi strategici come Horizon Europe, che garantiscono finanziamenti miliardari per la ricerca e l’innovazione.

(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

L’articolo Israele sotto pressione: l’ Ue valuta la revisione del partenariato proviene da Associated Medias.