di Velia Iacovino
Dopo l’annuncio del 50% sulle esportazioni europee, il presidente americano espelle migliaia di studenti stranieri dal prestigioso ateneo e cena con i finanziatori della sua criptovaluta. Dietro la propaganda, il caos, i conflitti di interesse avanza inquietante lo spettro del totalitarismo
La tregua è durata poco. Il 23 maggio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato la decisione di imporre dazi sulle esportazioni europee, raddoppiando la posta al 50%. “Le nostre discussioni con loro non stanno portando a nulla”, ha spiegato, aggiungendo che “L’Unione è molto difficile da gestire”. E nel mirino di questa danza macabra che all’inquilino della Casa Bianca piace tanto inscenare c’è più di tutti l’Italia di Giorgia Meloni, la “pontiera” della Ue con Washington, l’amica del potentissimo tycoon, che non ha ancora commentato la devastante notizia.
Con oltre 57 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti nel 2024, l’Italia è il secondo Paese europeo più esposto alla linea dura di Donald Trump, subito dopo la Germania, che ne esporta circa 140 miliardi. Ma in proporzione al peso dell’export americano sull’intero comparto manifatturiero, nessun altra grande nazione Ue è vulnerabile quanto la nostra. Meccanica, chimica, farmaceutica, moda, agroalimentare: settori chiave del made in Italy rischiano ora di essere travolti. E non si tratta solo di cifre, ma del cuore stesso della nostra economia industriale.
Secondo The Economist, che ha visionato una nota riservata della Commissione Europea del 14 maggio, a Bruxelles si è concretamente sperato in una de-escalation. Ma Trump ha fatto dietro front. E ancora una volta, ci troviamo di fronte non a una mossa strategica, bensì a un annuncio simbolico e propagandistico, utile per galvanizzare la base dell’elettorato americano e a identificare un nemico esterno.
C’è qualcosa di inquietante nella costanza con cui Trump costruisce consenso non attraverso soluzioni, ma attraverso scontri. Non c’è dubbio che le condizioni storiche, istituzionali e politiche siano radicalmente diverse, ma chi conosce la storia del Novecento non può non intravvedere nelle pieghe del suo modo di fare politica e comunicare un’eco sinistra: quella di Adolf Hitler.
Hitler fece della costruzione del nemico una scienza. La Repubblica di Weimar non crollò solo per debolezze interne, ma per la capacità del nazismo di offrire un capro espiatorio permanente: il trattato di Versailles, gli ebrei, i comunisti, i socialdemocratici, l’internazionalismo, la finanza cosmopolita. Ogni problema complesso veniva tradotto in una minaccia esistenziale. Ogni avversario politico diventava un traditore della patria. Ogni compromesso era debolezza.
Questa logica binaria — amico/nemico, popolo/poteri occulti, patria/nemici esterni — era il cuore della propaganda hitleriana, e funzionava perché semplificava il mondo e produceva identità. Il “noi” nasceva solo in opposizione a un “loro”. L’identificazione del nemico era quindi più importante della realtà oggettiva dei fatti. Come scriveva lo stesso Hitler in Mein Kampf: “La propaganda deve essere popolare e adattare il suo livello intellettuale alla capacità di assimilazione del più limitato tra coloro ai quali è diretta.”
Trump, ovviamente, non è Hitler. Ma il suo metodo di comunicazione politica attinge a una simile grammatica: semplificare, polarizzare, identificare il nemico. In campagna elettorale e al governo, ha spesso rappresentato l’America come una nazione vittima di complotti esterni: l’Europa, la Cina, il Messico, le Nazioni Unite, la Nato, l’Oms. Il refrain è sempre lo stesso: l’America è circondata da chi vuole approfittarsene, e solo lui, il leader forte, può proteggerla.
Ma il bipolarismo fascista trumpiano non favorisce certo quella fascia di popolazione statunitense che lo vota e ciecamente lo sostiene. Le mosse economiche dell’attuale amministrazione sono mmirate a favorire soprattutto i più ricchi e a far lievitare, secondo gli analisti, il debito pubblico di almeno cinquemila miliardi di dollari nei prossimi anni. Un debito che il Tesoro dovrà finanziare attingendo al risparmio mondiale, mentre gli investitori stranieri si mostrano sempre più cauti: il dollaro ha perso quasi il 2% nel giro di pochi giorni, una caduta che ricorda le tensioni più acute della recente storia finanziaria degli Usa Il motivo è chiaro: la politica aggressiva e imprevedibile del presidente sta erodendo la fiducia globale nella solidità economica degli Stati Uniti. Ma l’aspetto più inquietante non è solo economico.
La Casa Bianca, nelle stesse ore in cui annunciava l’aumento dei dazi, ospitava una cena con i principali investitori nel memecoin , la criptovaluta del presidente. E prima ancora, Trump aveva ordinato l’espulsione di migliaia di studenti stranieri da Harvard, uno dei simboli più prestigiosi della cultura e della ricerca mondiale. Un gesto che non è solo un atto di arroganza, ma un chiaro segnale di totalitarismo culturale: la volontà di annientare qualsiasi forma di sapere o dialogo che sfidi la sua narrazione, di colpire le istituzioni autonome per imporre una visione autoritaria e chiusa.
E’ questa è la vera faccia del “Make America Great Again”? Non una rinascita per tutti, ma un gioco di potere che premia l’élite, alimenta la divisione e mette a rischio la stabilità economica del paese? Di fronte a tutto ciò l’Europa è chiamata a reagire non solo con contromisure economiche, ma con una consapevolezza politica e culturale più profonda.
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