di Emilia Morelli

Il Conclave tra cordate contrapposte, manovre sotterranee e un clima teso. Parolin in difficoltà, Dolan sempre più influente, mentre Trump scatena la polemica

conclaveA tre giorni dall’inizio del Conclave, il Collegio cardinalizio appare spaccato. Nessun candidato ha ancora raggiunto una soglia sufficiente per garantire l’elezione, e anche il nome più citato, quello del cardinale Pietro Parolin, pur stimato e con una base di circa 45 consensi, è oggetto di pressioni e critiche da più fronti. Le indiscrezioni parlano di sei cordate principali che stanno cercando di imporre i propri candidati in un gioco sottile di equilibri e influenze.

Le cordate in campo e i candidati più citati

Oltre a Parolin, sulla scena si stanno affermando altri nomi: l’italiano Matteo Zuppi, il patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, il conservatore ungherese Péter Erdő, il progressista francese Jean-Marc Aveline e il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, visto come continuatore dello stile pastorale di Papa Francesco. Anche il maltese Mario Grech è indicato come aggregatore di una corrente trasversale. Tuttavia, nessuno tra loro sembra in grado di raggiungere il quorum dei due terzi tra i 133 cardinali votanti.

Uno scenario instabile e il rischio outsider

La situazione si mantiene fluida, con il rischio concreto che il Conclave si prolunghi ben oltre le aspettative iniziali. Se Parolin non dovesse imporsi nei primi scrutini, la strada potrebbe aprirsi a un outsider, come lo svedese Anders Arborelius o gli spagnoli Ángel Fernández Artime e Cristóbal López Romero. I cardinali chiedono più tempo per confrontarsi e conoscersi: per questo, nelle ultime ore prima del Conclave, le riunioni quotidiane sono raddoppiate.

Tensioni, manovre e indignazione: la “campagna” segreta

Dietro le quinte si muovono trame e pressioni. Un cardinale di Curia particolarmente influente avrebbe lanciato una campagna spregiudicata per orientare il voto su un candidato considerato erede diretto del pontificato di Francesco. La mossa, rivolta soprattutto ai porporati più giovani o stranieri, ha suscitato indignazione: «Ho assistito a una scena del genere e ho deciso di lasciare Roma per qualche giorno, avevo bisogno di purificarmi», ha dichiarato un cardinale al suo primo Conclave. C’è chi descrive l’atmosfera come «indecorosa» e paragonabile al clima del Transatlantico politico italiano.

La provocazione di Trump e la reazione dei cardinali

Ad accendere ulteriormente gli animi è arrivata anche la controversa foto pubblicata da Donald Trump, in cui l’ex presidente americano si ritrae con mitra dorato e crocifisso, in un’immagine definita “blasfema” dai vescovi di New York. Il cardinale Timothy Dolan, considerato vicino a Trump, ha preso pubblicamente le distanze: «È stata una brutta figura. Il presidente dovrebbe chiedere scusa ai cattolici americani, li ha offesi». Un’uscita che sorprende, vista la lunga storia di vicinanza tra Dolan e il tycoon, per il quale aveva persino pregato all’insediamento del 2017.

Dolan: da alleato di Trump a “kingmaker” del Conclave

Timothy Dolan, arcivescovo di New York, non è tra i favoriti per la successione papale, ma sarà senza dubbio una figura centrale nel processo elettivo. Considerato un “kingmaker”, sarà determinante nel costruire ponti tra le diverse fazioni. Partecipa al suo secondo Conclave e, forte dell’esperienza del 2013, promette di essere portavoce di «onestà, carità e fiducia». In una delle sue rare dichiarazioni pubbliche, ha espresso l’auspicio che il prossimo Papa possa incarnare le qualità migliori di Francesco, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, una “miscela benedetta” che possa guidare la Chiesa con semplicità e coraggio.

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