di Carlo Longo

L’Ungheria annuncia il ritiro dalla Corte penale internazionale, criticandone l’imparzialità. Una decisione che scuote l’Europa e trova sponda tra i governi critici verso l’istituzione dell’Aja

ungheriaCon una votazione parlamentare avvenuta questa mattina, l’Ungheria ha ufficialmente abbandonato la Corte penale internazionale (CPI). La decisione, anticipata nelle scorse settimane dal governo guidato da Viktor Orbán, segna un passo importante nel ridisegno delle relazioni del Paese con le istituzioni internazionali. A confermare la scelta è intervenuto il ministro degli Esteri Peter Szijjártó, che ha definito la CPI una struttura ormai politicizzata e priva di credibilità.

Una critica crescente alla neutralità della Corte

Negli ultimi anni, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di figure politiche di rilievo, tra cui Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. Tali azioni hanno attirato critiche da parte di governi come quelli di Stati Uniti e Israele, che non fanno parte dell’organizzazione. Le accuse mosse alla CPI ruotano attorno all’idea che l’organo stia assumendo un ruolo più politico che giuridico, perdendo la neutralità che ne aveva giustificato la nascita.

Reazioni e ripercussioni politiche in Europa

La scelta dell’Ungheria, primo Stato europeo a recedere dalla CPI, ha scatenato un ampio dibattito nel panorama politico continentale. Tra i primi a esprimere apprezzamento c’è il vicepremier italiano Matteo Salvini, alleato di Orbán, che ha elogiato la mossa come un atto di sovranità e libertà. Le sue parole si inseriscono in un contesto più ampio di sfiducia verso le istituzioni sovranazionali, sempre più percepite da alcuni governi come strumenti di ingerenza politica.

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