di Guido Talarico

Di Carlo Longo

Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, è morto l’11 aprile scorso a Milano all’età di 77 anni, ma la notizia si e’ appresa soltanto ora. Fu tra i primi membri del gruppo a essere arrestato, processato e condannato, trascorrendo del tempo in carceri speciali e poi tra i primi a dissociarsi dalla lotta armata. Dopo aver ottenuto la libertà negli anni Novanta, divenne autore di una delle prime autobiografie che raccontavano la nascita del terrorismo in Italia. Negli ultimi anni della sua vita, aveva però abbracciato tesi più complottistiche sulla storia delle Brigate Rosse, in particolare riguardo al caso Moro.

Nato nel 1947 a Reggio Emilia, Franceschini rappresentava l’anima «post-resistenziale» del gruppo armato, che aveva preso piede nelle fabbriche del nord Italia. Era stato attivo nella Federazione Giovanile Comunista e poi nel PCI, ed era cresciuto con i racconti dei partigiani che avevano combattuto contro i nazifascisti, alimentando l’idea della «rivoluzione interrotta». Dopo essersi distaccato dal PCI nel 1970, decise di entrare in clandestinità e si unì a Renato Curcio e Mara Cagol a Milano, dopo aver distrutto la sua carta d’identità. Un partigiano gli consegnò la sua pistola, una Luger tedesca, che Franceschini usò per il suo primo sequestro nel 1972, quando rapì Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit Siemens, dando inizio all’azione delle Brigate Rosse.

Nel 1974, partecipò al sequestro del magistrato Mario Sossi, che segnò l’ingresso delle Brigate Rosse nella scena politica nazionale. In seguito, si trasferì a Roma per preparare il rapimento di Giulio Andreotti, ma fu arrestato insieme a Curcio dai carabinieri nel settembre dello stesso anno, grazie alla soffiata di un infiltrato. Pochi mesi dopo, Curcio fu liberato da un gruppo brigatista guidato da Mara Cagol, ma Franceschini rimase in carcere. In prigione, si interrogò sul motivo per cui non fosse stato liberato insieme ai suoi compagni e sulle circostanze dell’arresto, innescando una lunga polemica interna alle Brigate Rosse che non trovò mai una vera risoluzione.

Durante gli anni in carcere, Franceschini mantenne la sua adesione alla causa brigatista, partecipando alle rivolte e pagando personalmente le conseguenze. Tuttavia, a metà degli anni Ottanta, decise di separarsi dalla lotta armata e si schierò con i dissociati, coloro che riconobbero il fallimento del progetto rivoluzionario senza collaborare con la giustizia. Nel suo libro Mara, Renato e io, scritto con il giornalista Pier Vittorio Buffa, raccontò la sua esperienza e negli anni successivi criticò non solo la sua militanza ma anche la narrazione ufficiale delle Brigate Rosse, avanzando dubbi e sospetti sull’evoluzione dell’organizzazione dopo il suo arresto e su come fosse stata gestita la vicenda del sequestro Moro. Franceschini riteneva che le Brigate Rosse fossero state strumentalizzate da altri poteri, una parte della sua vita con cui non riuscì mai a fare pace.

 

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