di Velia Iacovino
In tempi segnati da guerre e polarizzazioni, Francesco ha scelto una via difficile: quella del Vangelo senza bandiere, della parola che consola ma non arma, dell’equilibrio tra compassione e prudenza diplomatica. Non è stato sempre compreso, anche se forse, più che prendere partito, Bergoglio ha cercato — come solo un Papa può fare — di restare accanto ai popoli, a prescindere dai governi e dalle logiche geopolitiche.
Gaza: la sofferenza di un popolo dimenticato
Nella tragedia umana che attraversa la Striscia di Gaza, Francesco non ha mai smesso di levare la sua voce per i civili innocenti. Ha parlato dei bambini uccisi, dei corridoi umanitari bloccati, della necessità di una tregua vera e duratura. Ha pregato per la pace senza alimentare odio, cercando di mantenere aperto il dialogo con tutti, anche quando le posizioni sembravano inconciliabili. Senza legittimare il terrore, il Papa ha sempre ricordato al mondo che la dignità di ogni essere umano viene prima di qualsiasi agenda politica. E nel suo stile, spesso più evangelico che politico, ha abbracciato il dolore del popolo palestinese, spesso dimenticato, spesso ridotto a numero tra le statistiche del conflitto.
Una scelta, però, che non è piaciuta a molti nel mondo ebraico, che si aspettavano una condanna più chiara e diretta contro Hamas e una maggiore attenzione alla sicurezza dello Stato di Israele. Alcuni hanno visto nella posizione del Papa un’equidistanza troppo ambigua, difficile da accettare in un momento di tragedia profonda per il popolo israeliano. Un atteggiamento che non ha mancato di avere conseguenze politiche tanto che quando Papa Francesco è venuto a mancare, un post di cordoglio per la sua morte pubblicato sul sito del ministero degli Esteri israeliano è stato tempestivamente cancellato per decisione del premier Benjiamin Netanyahu, che non ha mai apprezzato la posizione del Papa su Gaza e la sua visione delle relazioni internazionali.
Ucraina: la diplomazia della misericordia
Anche con l’Ucraina, Papa Francesco ha scelto un approccio analogo. Ha riconosciuto la sofferenza del popolo ucraino fin dal primo giorno della guerra. Ha pregato per loro, ha inviato cardinali tra le macerie, ha aperto le porte del Vaticano ai rifugiati. Eppure, ha evitato di usare un linguaggio di condanna netta, nel tentativo di non chiudere le porte al dialogo. E il presidente Volodymyr Zelenskya ha più volte espresso la sua frustrazione, giudicando la linea vaticana troppo tiepida e priva di incisività morale, e invocato una presa di posizione forte e inequivocabile contro l’aggressione russa, mentre Francesco ha continuato a parlare di “fratelli che si combattono”, di “pazzia della guerra”, scegliendo parole spirituali più che strategiche, invitando Kiev a “sventolare bandiera bianca” per fermare la carneficina e cercare una soluzione diplomatica, nella speranza di salvare il suo popolo da ulteriori sofferenze. Un appello che non è stato ben accolto dal presidente ucraino, che ha interpretato la richiesta come un’incitazione alla resa, piuttosto che come un suggerimento per cercare vie di pace.
Dalla parte dei popoli, sempre
In entrambi i casi, Papa Francesco non si è mai schierato con i potenti, ma con chi non ha potere: i civili, i bambini, i rifugiati, le madri, i feriti dell’anima. Ha ricordato al mondo che, nel mezzo dei conflitti, la vera missione della Chiesa è stare accanto a chi soffre, anche quando è scomodo, anche quando il mondo chiede schieramenti netti.
Questo è stato il filo rosso del suo pontificato: parlare di pace in un mondo che vuole sentir parlare di vittoria. Non ha mai accettato l’idea che la pace sia solo un premio dopo la guerra, ma l’ha proposta come un cammino quotidiano, fatto di scelte difficili, spesso incompresi.
Un’eredità spirituale per tempi oscuri
Con la sua morte, si chiude una stagione spirituale che ha cercato, con fatica e coraggio, di rimettere al centro l’umano, in ogni contesto. Gaza e l’Ucraina restano ferite aperte, ma Papa Francesco ha lasciato un messaggio chiaro: la Chiesa non può essere un attore politico, ma un rifugio morale per chi non ha più voce.
Il prossimo Papa erediterà questo compito: continuare a camminare con i popoli, non contro qualcuno, ma per tutti. E, forse, in un’epoca che ama gli scontri, questa scelta di radicale umanità sarà ricordata come il gesto più profetico di tutti.
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