di Aisha Harrison

Ha parlato da Ramallah, lontano da Gaza, da cui è assente da 18 anni. Da quel giugno del 2007 in cui i miliziani di Hamas lo cacciarono dalla Striscia con le armi, prendendo il potere in pochi giorni, in un colpo di Stato interno al popolo palestinese.

“Figli di cani. Liberate gli ostaggi, centinaia di persone muoiono ogni giorno perché non li volete rilasciare”. Così, con voce rauca e rabbiosa, Abu Mazen ha rotto il silenzio durante una riunione dell’Autorità Nazionale Palestinese. È stato uno sfogo inusuale, amaro, quasi disperato. A 89 anni, con il cuore stanco e le forze che lo abbandonano, il presidente palestinese ha urlato contro Hamas, non più come leader, ma come uomo tradito dalla propria storia.

Lo ha fatto parlando da Ramallah, lontano da Gaza, da cui è assente da 18 anni. Da quel giugno del 2007 in cui i miliziani di Hamas lo cacciarono dalla Striscia con le armi, prendendo il potere in pochi giorni, in un colpo di Stato interno al popolo palestinese. Da allora, non vi è più tornato. E Gaza, simbolicamente e politicamente, non è mai tornata a lui.

Il fantasma di una sconfitta

Non è solo la sconfitta a pesare, ma l’umiliazione. Quando Hamas prese il controllo, i suoi uomini entrarono nella sua residenza intonacata di rosa. Rovistarono ovunque, girarono le fotografie della moglie contro il muro, come a dire che nemmeno lei doveva assistere a quell’occupazione. Qualcuno, pare, si infilò le sue ciabatte di pelle, con i piedi impolverati. Quella scena, più di ogni bombardamento, ha segnato il punto di non ritorno. Un capo politico rovesciato non da un nemico esterno, ma da un’altra fazione della sua stessa causa. Da allora, Abu Mazen ha parlato spesso di riconciliazione nazionale, ma ha fatto poco o nulla per realizzarla. Hamas non ha mai riconosciuto la sua autorità né gli accordi firmati con Israele. E la Palestina si è spezzata: Gaza in mano a Hamas, la Cisgiordania controllata da Fatah.

Un appello nel vuoto

«Deporre le armi, diventare partito politico, dialogare con noi». L’ultimo invito del presidente è sembrato quasi una preghiera. Ma nel contesto attuale – con Hamas che detiene ancora 59 ostaggi, di cui solo 23 sarebbero in vita – suona come una voce nel deserto. E se un tempo la sua figura richiamava quella del padre nobile Yasser Arafat, oggi Abu Mazen appare come il simbolo di un’autorità svuotata, incapace di guidare un popolo martoriato.

Gaza, tra guerra e disillusione

Nel frattempo, Gaza è tornata ad essere un campo di battaglia totale. Non entrano aiuti da oltre un mese e mezzo, l’esercito israeliano non indica più aree sicure. Dopo i massacri del 7 ottobre 2023, l’offensiva è diventata una guerra di logoramento. L’eliminazione di Ismail Haniyeh in Iran non ha indebolito Hamas come sperato. I comandi israeliani ammettono la mancanza di obiettivi chiari. E la crisi si allarga anche ai vertici dello Stato ebraico.

Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader dell’estrema destra dei coloni, ha attaccato duramente il nuovo capo di stato maggiore, Eyal Zamir, accusandolo di non seguire le direttive politiche. Smotrich vuole ricostruire le colonie e espellere i 2,5 milioni di palestinesi dalla Striscia. Zamir frena: i soldati non possono distribuire aiuti né occupare a lungo Gaza. La tensione è altissima.

Il vuoto di oggi

In questo contesto, le parole di Abu Mazen sembrano provenire da un altro tempo. Eppure, anche nella loro impotenza, rivelano l’assenza più grande: quella di una guida. Gaza brucia, la Cisgiordania è inquieta, e l’intero popolo palestinese è schiacciato tra due fuochi: la ferocia del conflitto e il fallimento della politica.

Chi prenderà il posto di Abu Mazen? E chi sarà in grado di parlare con una sola voce per tutti i palestinesi? Oggi, la risposta resta sospesa tra il fumo dei raid e le rovine della diplomazia.

 

 

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L’articolo M.O. Abu Mazen rompe il silenzio e inveisce contro gli uomini di Hamas, che chiama “figli di cani” proviene da Associated Medias.