di Emilia Morelli
La morte di Papa Francesco chiude una stagione di coraggio pastorale e tensione politica. Un pontificato segnato dalla denuncia delle ingiustizie globali, dall’impegno per i migranti e dalla ricerca ostinata di pace. Tra coerenze, contraddizioni e un messaggio che ha lasciato il segno oltre i confini della Chiesa
Era il 24 maggio 2017 quando Papa Francesco, poco prima di incontrare Donald Trump, provava davanti allo specchio espressioni serie. Non voleva che l’immagine del Pontefice sorridente finisse nello Studio Ovale, accanto a un presidente le cui idee erano distanti anni luce dalle sue. La foto ufficiale – un Trump raggiante e un Francesco severo – raccontò meglio di mille parole la distanza tra due visioni del mondo. Non era solo una questione personale: per Bergoglio, l’idea di cristianesimo incarnata da certi leader era incompatibile con il messaggio evangelico.
L’America e l’ossessione dei muri
Lo scontro più netto fu sulla migrazione, tema che Francesco elevò a priorità pastorale e morale del suo pontificato. “Chi costruisce muri non può dirsi cristiano”, dichiarò nel 2016, parlando proprio delle politiche statunitensi. Una frase che fece il giro del mondo e che segnò l’inizio di un contrasto costante con la destra americana. In una lettera ai vescovi degli Stati Uniti, il Papa attaccò duramente le deportazioni dei migranti, denunciando l’umiliazione delle famiglie costrette alla fuga da povertà, guerra o disastri ambientali. Un messaggio inequivocabile: lo Stato di diritto si misura nella capacità di accogliere i più fragili.
La diplomazia del ponte
Nonostante le sue posizioni radicali, Francesco non fu mai un Papa ideologico. Fu un diplomatico instancabile, capace di tessere relazioni con realtà lontanissime tra loro: dalla Cina di Xi Jinping all’Iran degli ayatollah. Con Pechino, il gesuita Bergoglio trovò una via di dialogo impensabile fino a pochi anni prima. Con Teheran, mantenne un filo costante, evitando prese di posizione sulla repressione interna per non rompere un equilibrio delicato. Il suo sguardo era globale, consapevole delle complessità geopolitiche ma anche dell’urgenza di costruire ponti dove c’erano solo muri.
Contraddizioni di un pontificato complesso
Pur essendo considerato uno dei pontefici più progressisti della storia, Francesco ha spesso deluso le attese di chi si aspettava una Chiesa più aperta sui temi dei diritti civili. Sul fronte LGBTQ+, i suoi segnali furono deboli, se non contraddittori. Sull’aborto e sul fine vita, mantenne una linea conservatrice, con toni spesso duri. E sulla cosiddetta “teoria gender”, le sue parole si allinearono alle posizioni più tradizionali della dottrina cattolica. Tuttavia, il Papa non smise mai di lottare per una Chiesa più vicina agli emarginati, più umile, meno autoreferenziale.
L’Italia, Orban e i confini d’Europa
Con l’Europa, Francesco mantenne un profilo più sfumato. Vide più volte il premier ungherese Viktor Orban, apprezzando le politiche familiari del suo governo, pur rimanendo critico sull’approccio ai migranti. Con Giorgia Meloni costruì un rapporto di rispetto reciproco: non condannò apertamente la linea dura dell’Italia, ma chiese all’Europa di non voltarsi dall’altra parte. In compenso, offrì il suo pieno sostegno a figure come don Mattia Ferrari, prete e attivista in prima linea con i soccorsi nel Mediterraneo.
L’eredità di un Papa tra i popoli
Chi conosceva Francesco sa quanto fosse partecipe del dolore del mondo. Emblematica la sua immagine, solo, in preghiera sul sagrato di San Pietro durante la pandemia: un gesto muto, ma carico di significato. Non era solo spiritualità, era politica nel senso più profondo. Una presa in carico del destino collettivo, lontano dal linguaggio dei potenti e vicino a quello della gente comune.
Il Papa dei due volti
Secondo lo storico Alberto Melloni, Francesco fu due papi in uno: il gesuita autoritario, attento ai dettagli, anche minimi; e il leader misericordioso, vicino ai fedeli, radicale nel suo rifiuto della Chiesa chiusa e autoreferenziale. Lo stesso arcivescovo Matteo Zuppi lo descrisse come un pastore amato più dai laici che dai prelati, un uomo capace di parlare al cuore della società senza indulgere al populismo.
Un orizzonte più lontano senza di lui
“Disposto a tutto pur di far tacere le armi”: così amava definirsi. In Ucraina, fu criticato per la prudenza iniziale verso la Russia, ma dietro quella postura c’era la volontà di mantenere aperto un canale umanitario. E proprio grazie a quella mediazione, molti bambini ucraini sono potuti tornare a casa.
Con la sua morte, il mondo perde una voce che si è levata, spesso sola, contro la disumanizzazione del nostro tempo. Un Papa che ha cercato la giustizia attraverso il dialogo, che ha messo al centro i poveri, e che ha costretto anche i più potenti a fare i conti con il Vangelo.
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