di Guido Talarico

Il protagonista silenzioso e potente di queste pagine è proprio lui: il vocabolo “cultura”, esplorato con rigore logico, coerenza e una trama concettuale sapientemente intrecciata
di Guido Talarico
Vorrei cominciare questa mia recensione dicendo grazie a Luciano Vanni. In ore in cui sentiamo dire al Presidente del paese che si autoproclama “prima democrazia del mondo”, vale a dire Donald Trump, che “Harvard non può più essere considerata un luogo di studio dignitoso e non dovrebbe essere inclusa in nessuna lista delle migliori università o college del mondo” la lettura del saggio scritto appunto da Vanni, intitolato “La parola cultura” ed edito da “Civitates” appare come un salutare antibiotico. Un cordiale per lo spirito, una cura efficace per demolire quell’infezione mefitica che sta tra il travisamento e l’ignoranza.
La parola cultura di Vanni ci conduce infatti in un viaggio illuminante e necessario alle radici di un termine tanto usato quanto frainteso e abusato. Il protagonista silenzioso e potente di queste pagine è proprio lui: il vocabolo “cultura”, esplorato con rigore logico, coerenza e una trama concettuale sapientemente intrecciata. Intendiamoci, è un libro agile, corredato anche da un buon impianto iconografico e da una non usuale cura tipografica. Ma nella sua semplicità strutturale e concettuale è un saggio efficace, di quelli che arriva dritto al punto.
Pur dimenticando di ricordare ai lettori che “la cultura è l’unica droga che crea indipendenza” (non è mia ma di un anonimo writer), l’autore nella sua analisi ci mostra come, nel tempo, il significato di “cultura” sia stato sfilacciato e applicato ai contesti più disparati — dalla conoscenza all’erudizione, dagli eventi agli oggetti artistici, fino a diventare un’etichetta vaga, sinonimo di industria, patrimonio, intrattenimento. Un termine che, secondo Vanni, ha perso spesso il suo slancio vitale, annebbiato da usi superficiali e incoerenti.
Il pregio del saggio di Vanni è che si propone come un atto di restituzione semantica, un ritorno alle origini etimologiche del termine, che affondano nel latino colere: coltivare, abitare, venerare. Cultura come gesto di cura, come relazione con la terra, con il divino, con l’altro. Un’attività profonda e trasformativa, che plasma l’essere umano nel suo nutrimento, nel suo radicamento, nel suo sviluppo interiore. Leggere Vanni ci riporta alla memoria Renzo Piano quando spiegava che “fare architettura significa costruire edifici per la gente, università, musei, scuole sale per concerti: sono tutti luoghi che diventano avamposti contro l’imbarbarimento.”
Più che un saggio, La parola cultura si rivela insomma come una riflessione filosofica che interroga la nostra epoca e ci invita a riconsiderare il peso delle parole che usiamo. Vanni ci ricorda che la cultura non è un prodotto da esibire, ma un processo da vivere: un atto quotidiano di attenzione e consapevolezza. Un’opera lucida e necessaria, capace di restituire senso a una parola che ha guidato — e può ancora guidare con buona pace di Trump — il progresso della civiltà. Grazie Luciano.
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L’articolo Mentre Harvard arde sotto le minacce trumpiane, il saggio di Luciano Vanni ci riporta al senso della parola cultura proviene da Associated Medias.

