di Corinna Pindaro
Il governo britannico interviene per salvare l’unica acciaieria a ciclo integrale del Paese. Intanto cresce la tensione con la Cina, tra sospetti di ricatti e accuse di sabotaggio
Nel Regno Unito è scattata una corsa contro il tempo per evitare la chiusura della storica acciaieria British Steel, situata a Scunthorpe, nel nord del Paese. Nonostante il nome, l’impianto è da anni sotto il controllo del colosso cinese Jingye, che ora minaccia di fermare la produzione. Un’eventualità che metterebbe a rischio migliaia di posti di lavoro e segnerebbe un colpo durissimo per un’industria siderurgica nazionale già fortemente ridimensionata.
Tensioni diplomatiche tra Cina e Regno Unito
La gestione cinese dell’impianto ha sollevato dubbi e sospetti a Londra. Alcuni esponenti politici britannici e diversi media locali parlano apertamente di un possibile “sabotaggio” orchestrato da Pechino per favorire le esportazioni cinesi di acciaio. La risposta del governo cinese non si è fatta attendere: il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian, ha respinto con fermezza le accuse, invitando il Regno Unito a non politicizzare la vicenda e a garantire un trattamento equo alle imprese cinesi presenti sul territorio.
Trattative fallite e rischio blocco degli altiforni della British Steel
Le trattative tra Jingye e l’esecutivo britannico sono andate avanti per mesi, senza però portare a un’intesa. Il punto di rottura è stato raggiunto quando la società cinese ha interrotto l’acquisto di materie prime essenziali, come minerali di ferro e carbone coke. Il rischio ora è che gli altiforni si spengano definitivamente. Riavviarli, spiegano gli esperti, richiederebbe tempi lunghi e costi elevatissimi. Per questo motivo, Downing Street ha deciso di intervenire direttamente, ordinando le forniture necessarie e valutando la possibilità di nazionalizzare l’impianto.
Il valore strategico di British Steel
L’intervento del governo guidato da Keir Starmer, tornato in patria in tutta fretta, è motivato anche da una questione di sicurezza nazionale. British Steel è infatti l’ultima acciaieria britannica in grado di produrre acciaio di prima fusione, un materiale fondamentale per le grandi opere infrastrutturali, più puro e resistente rispetto a quello riciclato. La sua chiusura rappresenterebbe un grave colpo per l’autonomia produttiva del Regno Unito in un contesto globale sempre più instabile.
Jingye chiede aiuto, ma Londra sospetta un ricatto
La società cinese ha investito oltre 1,2 miliardi di sterline nello stabilimento dal 2020, ma oggi denuncia perdite operative di circa 700mila sterline al giorno. Jingye sostiene che l’impianto non sia più economicamente sostenibile, complici i dazi imposti dagli Stati Uniti e i costi di adeguamento alle normative ambientali. Tuttavia, secondo fonti governative britanniche, la sospensione delle forniture sarebbe una strategia per forzare un intervento statale sotto forma di salvataggio finanziario.
Verso la nazionalizzazione: un passo inevitabile?
Nel frattempo, il Parlamento è stato convocato d’urgenza per valutare le prossime mosse. Il governo è pronto a prendere il controllo dell’impianto, consapevole che si tratterebbe di un’operazione estremamente onerosa per i contribuenti. Eppure, di fronte al rischio di perdere un settore strategico e migliaia di posti di lavoro, Londra sembra determinata a difendere la propria sovranità industriale, anche a costo di sfidare Pechino. La battaglia per l’acciaio, oggi, è anche una battaglia geopolitica.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
L’articolo Crisi British Steel, Londra corre ai ripari, scintille con Pechino proviene da Associated Medias.

