di Redazione
“L’Alleanza Atlantica sta commettendo un errore stupido. Ce ne ricorderemo”. Anche Turchia e Canada declinano l’invito. Gli Usa possono contare su Emirati, Arabia Saudita, Qatar e Barhein
“Non abbiamo bisogno di nessuno”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump segna una frattura senza precedenti con la Nato e si rassegna ad un’azione unilaterale per lo sblocco dello Stretto di Hormuz, paralizzato dall’Iran dall’inizio del conflitto del 28 febbraio.Il fallimento della coalizione internazionale – che avrebbe dovuto includere, secondo la Casa Bianca, alleati europei e potenze asiatiche – segna un punto di svolta nella gestione della crisi. L’Europa atlantica si è chiamata fuori, mentre da Cina e Giappone non sono arrivati segnali concreti. Washington ne ha preso atto e si accinge a cambiare strategia, non senza fare intendere possibili future ritorsioni. La reazione del presidente è stata infatti dura e a tratti minaccioso. “Nessun paese della Nato vuole aiutarci, è meraviglioso”, ha detto , accusando gli alleati di incoerenza nel sostegno politico senza supporto operativo. “L’Alleanza Atlantica sta commettendo un errore stupido. Ce ne ricorderemo”, ha aggiundo rivendicando l’autosufficienza militare degli Stati Uniti e liquidando la cooperazione multilaterale con un secco: “Non ci è mai servita”. Una dichiarazione che certifica una crisi politica profonda all’interno del Patto.
A prendere le distanze dall’iniziativa americana anche il Canada. Il ministro degli Esteri Anita Anand ha chiarito che Ottawa “non è stata consultata” sugli attacchi contro l’Iran e non intende partecipare ad alcuna operazione militare offensiva. La posizione canadese è netta: priorità alla de-escalation, alla protezione dei civili e alla stabilità regionale. Una linea condivisa anche dal primo ministro Mark Carney, che pur avendo inizialmente sostenuto l’azione, ha poi espresso riserve parlando di un ordine internazionale “in frattura”.Analoga cautela arriva dalla Turchia, dove il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha ribadito la volontà di restare fuori dal conflitto. Intanto, sul piano difensivo, la Nato ha già attivato sistemi antimissile sul territorio turco, intercettando missili iraniani diretti verso lo spazio aereo dell’Alleanza. Il tono del presidente americano resta duro, a tratti minaccioso. “Nessun paese della Nato vuole aiutarci, è meraviglioso”, afferma, accusando gli alleati di incoerenza: sostegno politico senza supporto operativo. “La Nato sta commettendo un errore stupido. Ce ne ricorderemo”.
In realtà, una rete di appoggi agli Stati Uniti resta attiva su base regionale: oltre a Israele, Washington può contare su Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, tutti paesi bersagliati in queste ore dalle bombe iraniane. E intanto sul piano operativo, i segnali di escalation si moltiplicano. La nave anfibia USS Tripoli è in rotta verso il Medio Oriente con a bordo unità della 31ª Marine Expeditionary Unit, circa 2.200 uomini pronti a operazioni rapide. L’ipotesi di un intervento diretto – boots on the ground – non viene esclusa. Tra gli obiettivi strategici emerge l’isola di Kharg, snodo cruciale per l’export petrolifero iraniano, già colpita nei giorni scorsi. Trump non esclude attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane per indebolire la capacità di pressione di Teheran. E respinge i timori di un conflitto prolungato: “Non ho paura di un nuovo Vietnam”.
Sul fronte opposto, l’Iran appare militarmente indebolito ma ancora capace di esercitare una leva decisiva: la minaccia alle petroliere nello Stretto. Anche con capacità ridotte, Teheran mantiene una strategia asimmetrica efficace. Accanto alla pressione militare, si muove la diplomazia. La Repubblica islamica ha avviato contatti con paesi extra-regionali per garantire corridoi sicuri al petrolio scambiato in valuta cinese, tentando di aggirare le pressioni statunitensi. E ha inoltre chiarito che prenderà di mira le navi legate agli Stati Uniti e ai loro alleati. Il rifiuto di molti paesi di entrare nella coalizione americana amplia così la platea di attori potenzialmente neutrali.
La crisi dello Stretto di Hormuz si conferma il punto di rottura di un equilibrio globale già fragile. Da un lato, l’unilateralismo americano; dall’altro, una rete di resistenze diplomatiche e strategie alternative. Con il prezzo del petrolio in impennata e le rotte commerciali compromesse, la partita è ormai sistemica. E mentre Trump promette una soluzione rapida in realtà il rischio concreto è quello di un conflitto prolungato, destinato a ridisegnare gli equilibri geopolitici ben oltre il Golfo Persico.
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