di Aisha Harrison

Washington non riesce a gestire da sola una crisi che tocca uno dei nodi più sensibili della geopolitica globale

groenlandiaIl presidente degli Stati Uniti Donald Trump torna a usare il linguaggio dell’ultimatum, questa volta rivolto direttamente agli alleati della Nato. La crisi dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico del Golfo Persico attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale, diventa così il terreno di un nuovo scontro politico all’interno dell’alleanza occidentale.

In un’intervista al Financial Times, Trump ha dichiarato che il futuro della Nato potrebbe diventare «molto negativo» se i paesi che ne fanno parte on contribuiranno alla riapertura dello stretto, oggi di fatto bloccato dall’azione dell’Iran nel contesto della guerra in Medio Oriente. Un messaggio che suona meno come una richiesta di cooperazione e più come una minaccia: o gli alleati si mobilitano, oppure l’alleanza stessa rischia di entrare in crisi.

Il punto, tuttavia, è evidente: Washington non riesce a gestire da sola una crisi che tocca uno dei nodi più sensibili della geopolitica globale. Lo Stretto di Hormuz è la principale arteria energetica del pianeta e la sua chiusura ha già provocato un’impennata dei prezzi dell’energia. Ma proprio per questo la soluzione richiederebbe un’azione diplomatica e multilaterale ampia, non la trasformazione della Nato in uno strumento di pressione.

Trump ha cercato di giustificare la sua posizione evocando il sostegno statunitense alla Ucraina nella guerra contro la Russia. Secondo il presidente americano, se gli Stati Uniti hanno aiutato l’Europa su quel fronte, ora l’Europa dovrebbe fare la sua parte in Medio Oriente. Un ragionamento che appare però semplificato e politicamente strumentale, perché mette sullo stesso piano due scenari strategici molto diversi.

Dietro la retorica dell’equilibrio tra alleati si intravede piuttosto una difficoltà: gli Stati Uniti non vogliono – o non possono – affrontare da soli una nuova escalation militare nella regione. E allora la pressione sugli alleati diventa il mezzo per condividere costi, rischi e responsabilità.Non è la prima volta che Trump utilizza la Nato come leva politica. Già in passato aveva accusato gli europei di approfittare della protezione americana senza contribuire abbastanza alle spese militari. Oggi il registro è ancora più duro: non più soltanto richiami finanziari, ma la prospettiva di un futuro oscuro per l’alleanza.

Il paradosso è evidente. L’uomo che più volte ha criticato la Nato e ne ha messo in dubbio l’utilità, ora la invoca come strumento indispensabile per risolvere una crisi internazionale. Segno che, di fronte a un conflitto complesso come quello che attraversa il Golfo Persico, anche la superpotenza americana scopre i propri limiti. E allora la minaccia diventa quasi una confessione politica: senza gli alleati, gli Stati Uniti non ce la fanno. E senza la Nato, nemmeno Trump.

 

 

 

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