di Carlo Longo
Pechino rifiuta l’invito di Trump a inviare navi nello Stretto di Hormuz e ribadisce la linea di neutralità nella guerra con l’Iran
La sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano, ma dal fatto che «le armi tacciano».
Con queste parole la Cina ha risposto alla richiesta avanzata dal presidente americano Donald Trump, che nel fine settimana aveva invitato vari Paesi – tra cui la Cina – a inviare unità navali nella zona per mantenere aperta una delle rotte energetiche più importanti del mondo.
La replica di Pechino è arrivata attraverso un editoriale del Global Times, quotidiano vicino alla linea del Partito comunista. Il giornale sottolinea che, sebbene la chiusura dello stretto danneggerebbe tutti i Paesi importatori di energia, la vera questione resta un’altra:
«Chi ha scatenato la crisi? Chi sta ancora bombardando l’Iran?».
Secondo l’editoriale, riempire una via navigabile instabile con navi da guerra internazionali non porterebbe stabilità ma rischierebbe di alimentare nuove tensioni.
Il distacco strategico della Cina
La posizione di Pechino si inserisce in una strategia più ampia. La leadership cinese continua a criticare la guerra avviata dagli Stati Uniti contro l’Iran e afferma di essere «in contatto con tutte le parti» per favorire una de-escalation.
Allo stesso tempo, però, appare altamente improbabile che la Cina entri direttamente nel conflitto o partecipi a missioni militari nello stretto.
Questa distanza riflette alcuni principi consolidati della politica estera cinese: evitare di essere coinvolti in guerre lontane dai propri interessi diretti, soprattutto quando sono coinvolti gli Stati Uniti; mantenere relazioni con tutti gli attori della regione; e preservare la stabilità energetica senza esporsi militarmente.
Stabilità energetica e scorte strategiche
Il conflitto in Medio Oriente preoccupa comunque Pechino, soprattutto per le conseguenze sui mercati dell’energia.
La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, ma negli ultimi anni ha costruito un sistema di protezione contro possibili shock energetici. Il Paese dispone infatti di riserve strategiche di greggio pari a circa quattro-sei mesi di importazioni e continua ad accumularne.
La leadership guidata da Xi Jinping ha inoltre diversificato le fonti di approvvigionamento. Oggi circa la metà del petrolio importato dalla Cina passa per lo Stretto di Hormuz, una quota comunque inferiore rispetto ad altri Paesi asiatici come il Giappone o la Corea del Sud.
Parallelamente, Pechino ha investito massicciamente nella transizione energetica, nelle rinnovabili, nell’elettrico e nell’aumento dell’estrazione domestica di greggio, oltre ad aver rafforzato la partnership energetica con la Russia.
Il Golfo resta cruciale per Pechino
Nonostante la strategia di diversificazione, la stabilità del Golfo rimane fondamentale per gli interessi cinesi.
Il petrolio iraniano rappresenta solo il 10-13% delle importazioni di Pechino e quindi è relativamente sostituibile. Molto più rilevanti sono i rapporti economici e commerciali con altri Paesi della regione, come Arabia Saudita, Iraq e Emirati Arabi Uniti.
Proprio per questo la Cina evita di schierarsi apertamente con una sola parte: prendere posizione rischierebbe di compromettere la rete di relazioni costruita negli ultimi anni in Medio Oriente.
Diplomazia attiva ma senza interventi militari
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito che il conflitto «non sarebbe mai dovuto scoppiare» e negli ultimi giorni ha intensificato i contatti diplomatici con diversi Paesi della regione.
Pechino ha espresso sostegno politico all’Iran e ha inviato aiuti umanitari attraverso la Croce Rossa cinese, ma allo stesso tempo ha criticato gli attacchi di Teheran contro i Paesi vicini.
Per la Cina, infatti, la priorità resta una sola: la stabilità del Golfo, indispensabile per la sicurezza energetica e per la rete di investimenti costruita nella regione.
La partita più ampia con Washington
La crisi in Medio Oriente si intreccia anche con il rapporto tra Cina e Stati Uniti. Trump ha dichiarato al Financial Times che potrebbe rinviare la visita in Cina prevista per la fine del mese.
Per Pechino l’incontro resta importante: serve a mantenere la tregua commerciale, limitare nuove restrizioni tecnologiche e gestire le tensioni su Taiwan.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha sottolineato che la diplomazia tra i capi di Stato resta fondamentale per guidare le relazioni tra Cina e Stati Uniti, confermando che i contatti tra le due parti continuano.
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