di Ennio Bassi

Ricoverato per circa venti giorni a causa di una polmonite, è deceduto nella sua abitazione. La sua figura resta legata a una lunga e controversa vicenda giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa

Si è spento nella notte, all’età di 94 anni, Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato e già numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano. L’ex funzionario era stato ricoverato per circa venti giorni a causa di una grave polmonite e, una volta dimesso, era rientrato nella propria abitazione, dove è avvenuto il decesso.

La sua figura è rimasta a lungo al centro di una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi decenni. Contrada fu arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, un procedimento che avrebbe segnato profondamente la sua vita personale e professionale.

Nel 1996, alla vigilia di Pasqua, arrivò la condanna a dieci anni di reclusione in primo grado. La sentenza fu però successivamente ribaltata in appello con l’assoluzione dell’ex dirigente. La vicenda non si concluse lì: la Corte di Cassazione annullò l’assoluzione con rinvio, riaprendo il processo davanti alla Corte d’appello di Palermo, che nel 2006 confermò la condanna a dieci anni. La sentenza divenne definitiva nel 2007.

Contrada, che aveva già trascorso un lungo periodo in custodia cautelare in carcere, tornò in cella prima di ottenere gli arresti domiciliari per motivi di salute.

La svolta arrivò nel 2015, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che la sua condanna violava il principio di legalità: al momento dei fatti contestati, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non sarebbe stato sufficientemente chiaro e prevedibile. Due anni dopo, il 7 luglio 2017, la Corte di Cassazione dichiarò la condanna “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, chiudendo definitivamente la vicenda giudiziaria.

In una delle sue ultime interviste, rilasciata all’Adnkronos due anni fa, Contrada ricordò l’arresto avvenuto alla vigilia di Natale del 1992 come il momento in cui, a suo dire, la sua vita cambiò radicalmente. Raccontò di aver vissuto quell’episodio come una “morte civile e morale”, sostenendo che insieme alla libertà gli fosse stata sottratta anche la dignità di servitore dello Stato.

L’ex dirigente ripercorse spesso gli anni trascorsi in carcere, tra studio degli atti processuali e letture, e ricordò anche il lungo dibattimento in cui furono ascoltati centinaia di testimoni, tra cui numerosi esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine.

Dopo la sentenza della Corte europea e la decisione della Cassazione, Contrada dichiarò che sul piano giudiziario gli era stato restituito tutto, ma che restavano le conseguenze personali di anni di detenzione e di una carriera interrotta.

A ricordarlo è stato anche il suo storico legale, Stefano Giordano, che ha espresso cordoglio per la sua scomparsa sottolineando come l’ex dirigente abbia continuato a difendere fino alla fine la propria reputazione e il proprio onore di uomo delle istituzioni. Secondo l’avvocato, la vicenda giudiziaria di Contrada rappresenta ancora oggi un richiamo ai principi fondamentali delle garanzie processuali e della certezza del diritto.

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