di Carlo Longo

Un percorso gratuito e multidisciplinare per selezionare e formare giovani leader, con il sostegno di imprese e istituzioni. La Scuola Politica “Vivere nella comunità” torna con la sua sesta edizione: oltre 700 candidature, 30 partecipanti scelti, docenti e manager a confronto su energia, difesa, visione industriale e competenze trasversali. Al centro, l’idea che il manager del futuro non debba solo “amministrare”, ma interpretare il cambiamento e assumersi una responsabilità civile

di Carlo Longo

Un Paese non resta in piedi solo con buone leggi o bilanci in ordine: ha bisogno di persone preparate a guidarlo. È da questa premessa che prende forma l’iniziativa raccontata nell’articolo de Il Sole 24 Ore del 7 marzo 2026: la Scuola Politica “Vivere nella comunità”, un progetto dedicato alla formazione della classe dirigente italiana, sostenuto da imprese e istituzioni e costruito con un’impostazione dichiaratamente multidisciplinare.

Il dato più immediato è quello della selezione: oltre 700 candidature e circa 30 giovani scelti per partecipare al percorso. L’inaugurazione della sesta edizione si è svolta in un contesto istituzionale e professionale, con una platea di relatori che unisce accademia, finanza pubblica e grandi gruppi industriali.

La scuola – fondata da figure di riferimento del mondo istituzionale e universitario e dal compianto Prof.  Pellegrino Capaldo – propone un’idea precisa: non esiste leadership senza cultura del contesto. Non basta conoscere un settore, serve capire come le decisioni incidano su territori, persone, filiere e consenso sociale. In questo senso, uno dei passaggi chiave della giornata è affidato a una lezione sul “manager del futuro”: non un tecnico chiuso nel perimetro dell’organizzazione, ma qualcuno capace di leggere il cambiamento e guidarlo, tenendo insieme competenza e responsabilità.

Il prof. Paolo Boccardelli Presidente del Supervisory Board

Sul tavolo, inoltre, vengono portati temi che oggi sono diventati “spina dorsale” della politica economica: energia e difesa, indicate come condizioni concrete dell’autonomia di un Paese e della sua capacità di stare nello scenario globale. Il messaggio è chiaro: indipendenza non è uno slogan, è una costruzione fatta di scelte industriali, investimenti e consapevolezza collettiva.

Un altro snodo riguarda il ruolo delle politiche industriali e delle operazioni di investimento pubblico: l’articolo richiama l’idea che decisioni di questo tipo vadano considerate sistemiche, perché intrecciano sostenibilità finanziaria, impatti sociali e tempi lunghi, con molti stakeholder coinvolti. È un invito a guardare oltre il risultato immediato, e a sviluppare una capacità di governo della complessità che spesso manca proprio a chi deve decidere.

La Scuola nasce anche come risposta a un vuoto: si sottolinea come i tradizionali “luoghi” di formazione della leadership – partiti, corpi intermedi, organizzazioni – abbiano perso incisività nel produrre classe dirigente. Da qui la necessità di percorsi strutturati che combinino formazione, selezione e visione.

Il valore aggiunto, infine, sta nell’impianto didattico: non solo contenuti tecnici (“hard skills”), ma soprattutto competenze trasversali (“soft skills”) che oggi fanno la differenza nel governo dei processi complessi: intelligenza emotiva, pensiero laterale, capacità di cooperazione, attenzione al bene comune e inclusività. L’obiettivo non è creare “professionisti della politica”, ma persone in grado di assumere ruoli di guida senza separare performance e responsabilità sociale.

A rendere possibile l’iniziativa è anche la scelta della gratuità, garantita dal supporto di grandi realtà industriali e finanziarie citate nell’articolo. In un passaggio finale, la scuola viene presentata come un segnale: l’Italia avrebbe talento e capitale umano, ma troppo spesso fatica a metterli davvero “a servizio” del Paese.

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L’articolo Formare una nuova classe dirigente: la “Scuola Politica” che punta su competenze, responsabilità e bene comune proviene da Associated Medias.