di Corinna Pindaro

Donald Trump intensifica la pressione sull’Iran dopo le parole di Pezeshkian. Teheran dice che Hormuz resta aperto ma minaccia navi Usa e israeliane, mentre crescono tensioni nel Golfo e nuovi allarmi a Dubai

trump iranDonald Trump torna a occupare il centro della scena nella crisi mediorientale e alza ulteriormente il livello dello scontro con Teheran. Il presidente americano ha reagito con toni aggressivi alle parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, sostenendo che l’Iran sarebbe passato “da bullo a perdente” e promettendo nuovi attacchi anche in aree finora rimaste fuori dal mirino.

Il messaggio politico della Casa Bianca è chiaro: Washington non interpreta le aperture parziali dell’Iran come un segnale di svolta, ma come il risultato della pressione militare esercitata dagli Stati Uniti insieme a Israele. Per Trump, la campagna in corso non solo starebbe funzionando, ma avrebbe già modificato gli equilibri regionali a favore di Washington.

Le scuse di Pezeshkian non convincono la Casa Bianca

A innescare la replica americana sono state le dichiarazioni del presidente iraniano, che ha chiesto scusa ai Paesi vicini colpiti dagli attacchi di Teheran e ha assicurato che non ci saranno nuove offensive contro gli Stati confinanti, salvo ulteriori aggressioni. Pezeshkian ha però accompagnato questo messaggio a una formula di totale resistenza, ribadendo che l’Iran continuerà a combattere “fino alla morte”.

Trump ha letto queste parole come il segno di una Repubblica islamica in difficoltà. Da qui la scelta di accentuare la pressione, sostenendo che l’Iran sia ormai in posizione di debolezza e che gli Stati Uniti siano pronti a colpire con ancora maggiore intensità.

Hormuz resta aperto, ma Teheran minaccia le navi Usa e Israele

Sul piano strategico, uno dei punti più delicati resta lo Stretto di Hormuz. Teheran ha fatto sapere di non voler chiudere il passaggio, ma ha precisato che ogni nave americana o israeliana che tenterà di attraversarlo potrà essere presa di mira.

È una dichiarazione che mantiene altissima la tensione su uno dei corridoi energetici più importanti del mondo. Pur evitando formalmente il blocco totale, l’Iran continua a usare Hormuz come leva militare e politica, cercando di colpire selettivamente interessi americani e israeliani senza interrompere del tutto il traffico internazionale.

Trump rivendica i risultati dell’operazione militare

Nel corso della giornata, Trump ha insistito sul fatto che l’intervento contro l’Iran avrebbe già prodotto risultati devastanti per le capacità militari di Teheran. Ha parlato di navi da guerra affondate, sistemi di comunicazione distrutti e apparati militari fortemente compromessi, arrivando a definire la campagna americana un “favore al mondo”.

La narrazione del presidente punta a rafforzare l’idea di una superiorità schiacciante degli Stati Uniti e a presentare la guerra come un’azione necessaria per impedire all’Iran di avvicinarsi ulteriormente all’arma nucleare. Anche per questo Trump continua a usare un linguaggio che lascia poco spazio alla trattativa e molto alla logica della resa.

Il Golfo sotto pressione tra attacchi e allarmi

Mentre la Casa Bianca alza il tono, il Golfo continua a vivere ore di forte instabilità. Teheran ha rivendicato attacchi contro basi americane in Bahrein, Kuwait e Qatar, mentre in diverse capitali della regione sono state segnalate esplosioni e attivazioni dei sistemi di difesa aerea.

A Dubai, nelle prime ore del giorno, un nuovo allarme ha provocato la sospensione temporanea delle operazioni aeroportuali. Passeggeri e personale sono stati spostati in aree protette dopo l’intercettazione di droni nei pressi dello scalo. Anche se l’aeroporto ha poi ripreso gradualmente le attività, l’episodio conferma quanto il conflitto stia incidendo direttamente sui grandi hub civili del Golfo.

Le basi britanniche entrano nel dispositivo americano

Un passaggio importante della giornata riguarda anche il coinvolgimento britannico. Gli Stati Uniti hanno iniziato a utilizzare basi del Regno Unito per operazioni definite difensive e mirate a contrastare i lanci iraniani nella regione. Londra, intanto, ha rafforzato il proprio dispositivo con l’invio di un elicottero Merlin e con il pattugliamento continuo di Typhoon e F-35 tra Cipro, Giordania e Qatar.

Questo sviluppo allarga ulteriormente il perimetro internazionale della crisi e conferma che il fronte non riguarda più soltanto il rapporto diretto tra Washington, Teheran e Israele.

Trump valuta anche scenari più ampi

Oltre alla campagna aerea e navale, continuano a circolare indiscrezioni su un possibile interesse di Trump per l’impiego di contingenti di terra limitati in Iran. L’ipotesi non riguarderebbe un’invasione su larga scala, ma operazioni mirate per mettere in sicurezza obiettivi strategici in un eventuale scenario postbellico.

Per ora non risultano decisioni definitive, ma il solo fatto che questa possibilità venga discussa conferma quanto il presidente americano stia ragionando in termini di ridefinizione del potere iraniano e non solo di contenimento militare.

Una crisi sempre più legata alla leadership di Trump

L’evoluzione della guerra mostra con sempre maggiore chiarezza che la figura dominante del conflitto, almeno sul versante occidentale, è Donald Trump. Le sue dichiarazioni, le sue scelte operative e il suo stile comunicativo stanno plasmando la risposta americana e influenzando l’atteggiamento degli alleati.

Da un lato, il presidente presenta l’Iran come un regime ormai piegato. Dall’altro, promette colpi ancora più duri, lasciando intendere che il conflitto non sia vicino a una chiusura. In questo equilibrio instabile, ogni apertura verbale di Teheran viene reinterpretata da Trump come segno di cedimento e trasformata in un motivo ulteriore per rilanciare l’offensiva.

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