di Martina Esposito
Condannato per le stragi del 1992 e per numerosi omicidi, era detenuto al 41 bis dal 1993. La sua figura è legata all’intreccio tra violenza mafiosa, affari e relazioni con pezzi dell’economia e della politica siciliana
Benedetto Santapaola, detto “Nitto”, è morto a 87 anni all’ospedale San Paolo di Milano, nel reparto riservato ai detenuti. Da oltre trent’anni era recluso al 41 bis nel carcere di Opera, dopo l’arresto avvenuto il 18 maggio 1993 nelle campagne di Caltagirone, al termine di una lunga latitanza.
È stato uno dei principali capi di Cosa nostra nella Sicilia orientale e per anni ha guidato la famiglia mafiosa di Catania, consolidando un potere fondato su violenza, controllo degli appalti, estorsioni e traffico di droga. Le sentenze lo hanno riconosciuto tra i responsabili delle stragi di Capaci e via D’Amelio, oltre che di numerosi omicidi, tra cui quello del poliziotto Gianni Lizzio. Il suo nome è legato anche all’assassinio del giornalista Giuseppe Fava, ucciso nel 1984 dopo aver denunciato i rapporti tra mafia e imprenditoria catanese.
Negli anni Ottanta e nei primi Novanta Santapaola rappresentò il punto di saldatura tra la mafia etnea e i corleonesi di Totò Riina. In quella fase Cosa nostra scelse la strategia stragista contro magistrati, forze dell’ordine e rappresentanti dello Stato. Le condanne definitive hanno collocato il boss catanese all’interno di quel disegno criminale.
Parallelamente, la sua organizzazione esercitava un forte controllo sull’economia locale. Imponeva il pizzo, interveniva negli appalti pubblici e manteneva rapporti con imprenditori di primo piano. Le inchieste dell’epoca misero in luce un sistema di relazioni opache tra ambienti mafiosi, settori dell’imprenditoria e pezzi della politica locale, in un contesto in cui il confine tra connivenza e intimidazione risultava spesso sfumato.
La sua latitanza durò anni, tra coperture e appoggi garantiti da reti familiari e alleanze mafiose. Quando fu arrestato nel 1993 da un gruppo investigativo coordinato, tra gli altri, da Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa, lo Stato cercava di reagire alla stagione delle stragi che aveva ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Detenuto in regime di carcere duro, Santapaola ha trascorso in cella gli ultimi 33 anni della sua vita. Nel 1995 la moglie, Carmela Minniti, estranea alle attività criminali, fu uccisa in un agguato maturato in un contesto di vendette interne alla criminalità organizzata.
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