di Redazione

Tra richieste di moderazione e timori per economia, energia e migrazioni, i Ventisette faticano a trovare una linea comune sulla crisi mediorientale

 

La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran mette ancora una volta in luce le divisioni interne dell’Unione Europea. L’attacco militare contro Teheran, sostenuto da Washington e Israele con l’obiettivo dichiarato di fermare il programma nucleare iraniano, ha costretto i ministri degli Esteri dei Ventisette a una riunione d’emergenza, conclusasi con un comunicato prudente ma frutto di un difficile compromesso politico.L’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione, Kaja Kallas, ha chiesto «la massima moderazione, la protezione dei civili e il pieno rispetto del diritto internazionale», ribadendo l’impegno europeo a sostenere ogni iniziativa diplomatica capace di ridurre le tensioni e impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Il modo del cambio di regime

Prima ancora della riunione ministeriale, Kallas aveva definito la morte della guida suprema iraniana, Ali Khamenei, «un momento decisivo nella storia dell’Iran», parlando di una possibile apertura verso «un Iran diverso». Dichiarazioni interpretate da alcuni governi europei come un implicito sostegno a un cambio di regime, posizione che ha contribuito ad accentuare le divergenze tra gli Stati membri. Diversi paesi guardano infatti con cautela a un’eventuale transizione politica a Teheran, temendo il rischio di un vuoto di potere simile a quello seguito agli interventi occidentali in Iraq e Afghanistan.

Europa divisa sulle responsabilità

Il documento finale europeo insiste soprattutto sulle responsabilità iraniane, evitando però un giudizio esplicito sugli attacchi israelo-americani. Non tutti i governi condividono questa impostazione. Spagna, Svezia, Slovenia e Irlanda hanno apertamente evocato una possibile violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele. La Germania, al contrario, mantiene una linea particolarmente dura verso Teheran, anche per la forte presenza di oppositori iraniani nel dibattito politico interno. Più equilibrata la posizione francese, attenta soprattutto ai rischi di destabilizzazione regionale, mentre il presidente Emmanuel Macron si prepara a presentare un aggiornamento della dottrina nucleare francese.

I timori europei: energia, economia e migrazioni

Dietro le divergenze diplomatiche emerge una preoccupazione condivisa: la possibilità che il conflitto si prolunghi. Molti ministri hanno sottolineato le conseguenze economiche e strategiche di una crisi duratura, a partire dall’energia e dalle rotte commerciali. L’Italia ha richiamato l’attenzione sul ruolo cruciale del Mar Rosso e delle vie marittime per il commercio europeo, mentre Bruxelles segue con attenzione anche il rischio di nuove pressioni migratorie e l’eventuale impatto sui mercati energetici globali.Parallelamente, gli Stati membri stanno organizzando il rimpatrio dei cittadini europei presenti nella regione, mentre la Commissione europea ha convocato una riunione straordinaria del collegio dei commissari in formato sicurezza.

Un ruolo diplomatico ancora incerto

L’Unione Europea ambisce a ritagliarsi uno spazio negoziale nella crisi, ma la mancanza di una posizione pienamente condivisa ne limita per ora la capacità di iniziativa. Ancora una volta, le scelte unilaterali del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, finiscono per mettere alla prova la coesione europea, divisa tra fedeltà atlantica, difesa del diritto internazionale e timore delle conseguenze geopolitiche di una nuova guerra in Medio Oriente.Nel breve periodo, l’obiettivo comune resta il raffreddamento delle tensioni. Ma la crisi iraniana mostra quanto sia difficile per l’Europa parlare con una sola voce quando sicurezza, energia e stabilità regionale entrano simultaneamente in gioco.

 

 

 

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