di Velia Iacovino

Equilibri religiosi, apparato militare e successione politica:  quali scenari si aprono dopo i raid di Usa e Israele. a figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià e volto più noto dell’opposizione iraniana in esilio

La morte dell’ayatollah Ali Khamenei rappresenta uno degli eventi geopolitici più destabilizzanti dell’inizio del XXI secolo, non soltanto per la portata militare dell’operazione che lo ha eliminato, ma per il vuoto strategico che apre all’interno della Repubblica islamica dell’Iran e nell’intero equilibrio mediorientale. Per oltre trentacinque anni Khamenei ha costituito il perno del sistema politico iraniano, una figura che univa autorità religiosa, comando strategico e funzione arbitrale tra le diverse anime del regime. La sua uccisione in un raid congiunto statunitense e israeliano segna dunque non semplicemente la fine di un leader, ma l’ingresso dell’Iran in una fase storica nuova e potenzialmente instabile.

Trenta bombe sul bunker di Khamenei

L’operazione militare che ha portato alla sua morte, denominata Epic Fury dagli Stati Uniti e Roaring Lion da Israele, si colloca al termine di una rapida escalation seguita al fallimento dei negoziati sul programma nucleare iraniano. Nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026, velivoli delle due potenze hanno colpito simultaneamente infrastrutture strategiche, basi missilistiche e centri di comando iraniani. Il bersaglio più sensibile era però il complesso bunkerizzato della Guida Suprema a Teheran, considerato uno dei siti più protetti del Paese. Secondo ricostruzioni militari convergenti, trenta bombe penetranti ad alto potenziale sono state sganciate in sequenza programmata per perforare le difese sotterranee e provocare il collasso strutturale delle camere interne. Dopo ore di scavi tra cemento e acciaio, le autorità iraniane hanno recuperato il corpo di Khamenei tra le macerie, confermandone la morte e trasformando l’operazione in un evento di portata storica comparabile alla decapitazione politica di uno Stato.

La dottrina di Khomeini e la rivoluzione del 1979

Per comprendere il significato geopolitico di questa eliminazione mirata è necessario tornare alla natura del potere costruito dopo la rivoluzione del 1979, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini contro il regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi. La Repubblica islamica non nacque come una teocrazia tradizionale, bensì come un sistema politico ibrido fondato sul principio del Velayat-e Motlaqaye Faqih, la “tutela assoluta del giurista”, una dottrina teologico-politica elaborata da Khomeini negli anni Settanta che attribuisce ai giuristi islamici il diritto e il dovere di governare la società applicando la legge divina durante l’assenza del dodicesimo Imam, figura centrale dello sciismo considerata occultata fino alla fine dei tempi. Elevata a fondamento costituzionale dello Stato dopo la rivoluzione, questa teoria colloca la Guida Suprema — il Rahbar — al vertice dell’ordine politico e religioso, conferendole un’autorità superiore alle istituzioni elettive. Si tratta di una svolta significativa rispetto alla tradizione sciita classica, storicamente incline a un atteggiamento di quietismo politico in attesa del ritorno dell’Imam: con il governo del giurista islamico, l’autorità religiosa assume invece una funzione attiva di direzione dello Stato, garante della sua ortodossia ideologica. Ne deriva un modello in cui competizione elettorale e controllo clericale convivono, così come legittimazione popolare e supervisione teologica, producendo un equilibrio istituzionale nel quale la Guida Suprema rappresenta il centro reale del potere.

I Pasdaran

Succeduto a Khomeini nel 1989, Ali Khamenei trasformò progressivamente questo equilibrio in una struttura più accentrata e personalizzata. Pur privo inizialmente del prestigio religioso del fondatore della Repubblica islamica, riuscì a consolidare la propria posizione attraverso il controllo degli apparati di sicurezza e l’integrazione delle principali leve decisionali — politica estera, strategia militare e indirizzo ideologico — all’interno di un unico sistema di comando gravitante attorno alla sua figura. Durante la sua lunga leadership l’Iran passò così dalla condizione di Stato rivoluzionario relativamente isolato a quella di potenza regionale capace di esercitare influenza indiretta tramite alleanze strategiche e attori non statali, contribuendo a ridefinire gli equilibri geopolitici dal Levante al Golfo Persico.
Elemento chiave di questa trasformazione furono i Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, evolutosi da milizia ideologica a struttura portante dello Stato. I Pasdaran costituiscono oggi un sistema complesso che combina capacità militari autonome, controllo economico su settori strategici e proiezione geopolitica mediante reti di milizie e partner regionali. La loro fedeltà personale alla Guida Suprema ha garantito stabilità al regime per decenni, ma la scomparsa di Khamenei li pone ora davanti a un dilemma: preservare l’ordine esistente o assumere un ruolo ancora più diretto nella gestione del potere.Il futuro dell’Iran dipende infatti dalla dinamica della successione. Formalmente l’Assemblea degli Esperti dovrà eleggere una nuova Guida Suprema, ma la decisione reale emergerà dall’equilibrio tra establishment religioso e apparato militare. Una successione rapida potrebbe garantire continuità istituzionale e contenere l’instabilità interna; al contrario, divisioni tra élite clericali e Pasdaran potrebbero trasformare la transizione in una competizione politica capace di indebolire il sistema.

Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià

In questo scenario emerge la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià e volto più noto dell’opposizione iraniana in esilio. Pahlavi si propone come sostenitore di una futura transizione democratica e gode di una certa visibilità internazionale, ma le probabilità di un suo ritorno immediato restano ridotte. L’opposizione interna è frammentata, priva di strutture organizzative solide e soprattutto esclusa dagli apparati coercitivi dello Stato, mentre i Pasdaran mantengono il controllo effettivo della sicurezza nazionale. Più che una restaurazione monarchica, la sua figura rappresenta oggi un simbolo politico potenzialmente rilevante solo nel caso di un collasso prolungato delle istituzioni della Repubblica islamica.

L’inizio di una nuova stagione per il paese

La morte di Khamenei introduce dunque un elemento di discontinuità raramente osservato nella storia contemporanea del Medio Oriente: per la prima volta dalla rivoluzione del 1979 il sistema iraniano perde la figura che ne incarnava simultaneamente legittimità religiosa, memoria rivoluzionaria e comando strategico. Il raid che ha distrutto il bunker della Guida Suprema non ha soltanto eliminato un leader ma ha aperto una fase di ridefinizione degli equilibri regionali, in cui deterrenza militare, successione interna e pressioni internazionali si intrecciano in modo imprevedibile.
Se la Repubblica islamica sopravviverà rafforzata o entrerà in un lento processo di trasformazione dipenderà dalla capacità delle sue istituzioni di sostituire non solo un uomo, ma il ruolo sistemico che egli ha rappresentato per oltre tre decenni. In questo senso, la morte di Ali Khamenei non appare come la conclusione di una crisi, bensì come l’inizio di una nuova stagione geopolitica per l’Iran e per l’intero Medio Oriente.

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