di Carlo Longo

A Washington il presidente Donald Trump ha inaugurato il “Board of Peace”, organismo nato con l’obiettivo dichiarato di favorire la stabilizzazione di Gaza e intervenire nei conflitti internazionali. Presenti delegazioni di circa quaranta Paesi, tra cui l’Italia

All’Istituto per la Pace di Washington, ribattezzato con il suo nome, Donald Trump ha presentato ufficialmente il “Board of Peace”, organismo concepito come strumento per accompagnare la ricostruzione e la stabilizzazione di Gaza e, nelle intenzioni della Casa Bianca, destinato a operare anche su altri scenari di crisi nel mondo.

Alla riunione inaugurale hanno preso parte delegazioni di circa quaranta Paesi, tra membri effettivi e osservatori. Per l’Italia era presente il ministro degli Esteri Antonio Tajani. In sala anche rappresentanti dei principali Paesi del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar – oltre a Egitto, Giordania e Turchia. Tra gli europei, Cipro (che esercita la presidenza di turno dell’Ue), Germania e Ungheria; presenti anche Argentina, Azerbaigian, Pakistan e Indonesia. Hanno partecipato inoltre la commissaria europea per il Mediterraneo Dubravka Suica e il presidente della Fifa Gianni Infantino.

Tajani ha respinto le critiche delle opposizioni italiane, chiarendo che la partecipazione di Roma in qualità di osservatore “non è un capriccio”, ma una scelta coerente con l’interesse a sostenere iniziative concrete per la pace in Medio Oriente. Il ministro ha escluso che si tratti di un’iniziativa meramente economica, definendola l’unica proposta strutturata attualmente sul tavolo per la regione.

Sul piano operativo, l’Italia sta valutando un proprio piano finanziario autonomo per Gaza, distinto dal Board, e si è detta disponibile a contribuire alla formazione della polizia palestinese in Giordania. Al momento, tuttavia, non prende in considerazione un coinvolgimento militare diretto nella eventuale forza di stabilizzazione.

La riunione si è conclusa con la firma di una risoluzione accompagnata da impegni economici e promesse di contributi. Gli Stati Uniti hanno annunciato uno stanziamento di 10 miliardi di dollari, che si aggiungono ai 7 miliardi promessi da nove Paesi, tra cui Emirati, Qatar, Arabia Saudita, Marocco, Bahrein, Kazakistan, Azerbaigian, Uzbekistan e Kuwait. “Ogni dollaro investito è un passo verso stabilità e speranza”, ha dichiarato Trump, senza fornire dettagli sull’impiego dei fondi.

Resta invece ancora in fase embrionale la Forza internazionale di stabilizzazione (ISF), formalmente approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu ma non ancora operativa. Indonesia, Marocco, Albania, Kazakistan e Kosovo hanno manifestato l’intenzione di contribuire con contingenti; Giacarta potrebbe esprimere il vicecomandante. Tuttavia, non sono stati definiti compiti, regole d’ingaggio né responsabilità operative, in particolare rispetto all’eventuale disarmo di Hamas.

Nel suo intervento, durato oltre un’ora, Trump ha rivendicato i risultati ottenuti in politica estera, sostenendo che la guerra a Gaza sia terminata e che il cessate il fuoco tenga, pur tra “episodi isolati”. Ha affermato che tutti gli ostaggi sarebbero stati riportati a casa e ha avvertito Hamas che, in assenza di disarmo, il gruppo sarà “trattato duramente”. Il presidente ha inoltre delineato l’ambizione del Board di diventare un organismo centrale per la gestione dei conflitti internazionali.

Sul rapporto con le Nazioni Unite, Trump ha riconosciuto all’Onu “un enorme potenziale”, pur sottolineando la necessità di riforme e di un maggiore controllo sull’efficacia delle sue azioni. Tajani ha osservato che dall’incontro non sono emersi attacchi all’istituzione, ma piuttosto un richiamo all’applicazione delle risoluzioni esistenti sulla pace in Palestina.

Sul terreno, però, la situazione a Gaza resta estremamente fragile. Le condizioni umanitarie sono critiche, nonostante un parziale incremento degli aiuti negli ultimi mesi. Le operazioni militari israeliane proseguono in forma più limitata rispetto alle fasi precedenti del conflitto, mentre le tensioni restano elevate lungo le linee di demarcazione. I negoziati tra Israele e Hamas risultano bloccati e non si intravede una soluzione condivisa sul disarmo del movimento e sul ritiro delle forze israeliane.

In Israele, il premier Benjamin Netanyahu ha aderito al Board, ribadendo però come priorità irrinunciabile il disarmo di Hamas. In un contesto politico interno segnato da pressioni della destra più radicale e da un anno elettorale delicato, il focus del governo resta anche l’Iran. Trump ha lanciato un monito a Teheran, affermando che senza un accordo “significativo” potrebbero esserci conseguenze, lasciando intendere che l’esito dei negoziati indiretti in corso sarà chiaro entro poche settimane.

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