di Carlo Longo
Mentre proseguono i negoziati sul nucleare, Washington rafforza la propria presenza militare in Medio Oriente e Teheran risponde con contromisure difensive e manovre congiunte con Mosca
La Casa Bianca si trova di fronte a una scelta delicata: proseguire il confronto diplomatico con Teheran o autorizzare un’azione militare. Secondo quanto riferito da fonti citate da CBS News, durante una riunione nella Situation Room i vertici della sicurezza nazionale hanno informato Donald Trump che le forze armate statunitensi sono operative e pronte a colpire l’Iran, potenzialmente già nei prossimi giorni. Tuttavia, nessuna decisione formale sarebbe stata ancora adottata.
Indicazioni analoghe arrivano anche da funzionari del Pentagono e dell’amministrazione, citati dal New York Times, secondo cui l’apparato militare americano è stato “messo in posizione” per un eventuale intervento. La scelta finale, però, spetta al presidente.
Il clima si è ulteriormente surriscaldato alla vigilia del primo Board of Peace per Gaza previsto a Washington. Secondo Axios, l’amministrazione sarebbe più vicina a un conflitto con l’Iran di quanto l’opinione pubblica americana percepisca. Un consigliere del presidente avrebbe parlato di una probabilità molto elevata di un’azione militare nelle prossime settimane, nonostante alcuni membri dello staff invitino alla prudenza.
Sul terreno, il dispositivo statunitense si è rafforzato in modo significativo. Nella regione operano attualmente due portaerei, una dozzina di unità navali, centinaia di velivoli da combattimento e diversi sistemi di difesa aerea. La USS Gerald R. Ford è attesa a breve nel Mediterraneo orientale, mentre ulteriori caccia – tra cui F-35, F-22 e F-16 – sono stati trasferiti nell’area attraverso un intenso ponte aereo. Secondo il New York Times, la portaerei Ford contribuirà alla protezione di Israele, in particolare di Tel Aviv, in caso di attacchi iraniani. Si tratta della più ampia concentrazione di forze statunitensi in Medio Oriente dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003.
Parallelamente, anche l’Iran si sta preparando a uno scenario di confronto diretto. Le autorità di Teheran hanno rafforzato la protezione dei siti nucleari, decentralizzato la catena di comando militare attraverso la cosiddetta strategia della “difesa a mosaico” e predisposto potenziali rifugi antiaerei in infrastrutture urbane come stazioni della metropolitana e parcheggi. Immagini satellitari analizzate dall’Institute for Science and International Security mostrerebbero lavori in corso presso alcuni impianti sensibili.
Sul piano geopolitico, Teheran ha annunciato esercitazioni navali congiunte con la Russia nello stretto di Hormuz, punto nevralgico per il traffico energetico globale, dove transita circa il 20% del petrolio mondiale. Le manovre si svolgerebbero non lontano da unità navali statunitensi già presenti nell’area.
Nonostante l’escalation militare, il canale diplomatico resta formalmente aperto. I colloqui sul programma nucleare hanno registrato progressi, secondo dichiarazioni iraniane, e un nuovo quadro negoziale potrebbe essere definito entro due settimane. Mosca si è detta disponibile a ritirare l’uranio arricchito iraniano come parte di un eventuale accordo. Tuttavia, le divergenze rimangono profonde. Il vicepresidente JD Vance ha riconosciuto alcuni passi avanti nei colloqui, ma ha osservato che Teheran non avrebbe ancora accettato le “linee rosse” fissate da Washington.
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