di Emilia Morelli
La principessa Nicoletta Odescalchi racconta la sua lotta per conservare un capolavoro di Caravaggio a Palazzo Chigi-Odescalchi, tra memoria, arte e vita privata
Conservare un’opera di Caravaggio quando ancora non era celebrato come oggi non era affatto scontato. La principessa Nicoletta Odescalchi ricorda quel momento come una vera prova di determinazione. Appena sposata, si trovò di fronte alla possibilità concreta che il dipinto venisse ceduto. All’epoca, racconta, Caravaggio non godeva della fama attuale e solo dopo la grande mostra curata nel 1951 da Roberto Longhi la sua figura fu pienamente rivalutata. La decisione di trattenere la Conversione di Saulo fu una conquista personale che oggi considera una delle più grandi soddisfazioni della sua vita.
La luce che fa rinascere l’opera
Nel salone in penombra di Palazzo Chigi-Odescalchi, l’opera si rivela solo quando i faretti nascosti nel soffitto a cassettoni vengono accesi. All’improvviso, le figure emergono dall’oscurità: Saulo di Tarso è travolto dalla luce divina e i pigmenti preziosi – azzurrite, argento, oro – restituiscono tutta la potenza drammatica del dipinto. Ogni accensione è, per la principessa, un’esperienza sempre nuova.
Un Caravaggio diverso da quello “ufficiale”
L’opera custodita nel palazzo non è la versione più conosciuta, oggi visibile a Santa Maria del Popolo. Si tratta della prima realizzazione per la Cappella Cerasi, un olio su tavola di cipresso che precede la tela definitiva. Qui compaiono Cristo e un angelo, modellato sulle fattezze di Cecco Boneri, assente nella versione successiva. Senza voler apparire di parte, la principessa confessa di preferire questa interpretazione, che considera più intensa e completa.
Un’eredità arrivata da lontano
Il dipinto entrò nelle collezioni di famiglia già alla fine del Seicento, acquistato dagli antenati genovesi della suocera di Nicoletta, Maria Roberta Balbi, moglie di Innocenzo II Odescalchi. Fu lei, a metà Novecento, a trasferirlo a Roma. L’ingresso della principessa nel palazzo, dopo il matrimonio con Guido Odescalchi, fu inizialmente carico di timori, ma l’accoglienza affettuosa della suocera le permise di sentirsi presto parte di quella storia.
Un palazzo modellato sul gusto personale
Il palazzo nel rione Trevi, passato agli Odescalchi a metà Settecento e trasformato nel tempo da architetti come Maderno, Bernini e Vanvitelli, è diventato per Nicoletta uno spazio profondamente personale. L’ala in cui vive, un tempo poco frequentata, è stata arredata seguendo esclusivamente il suo gusto: tappezzerie, quadri, oggetti d’arte. Accanto al Caravaggio spiccano un grande arazzo con Romolo e Remo e una preziosa collezione di ceramiche donate nel Seicento dal re del Siam a papa Innocenzo XI.
Tra quotidianità e memoria
La vita nel palazzo si intreccia con la normalità: una cucina dai colori chiari, libri amati, piante curate con attenzione. Dopo la scomparsa del marito e con i figli ormai lontani, il cuore della casa resta il salotto dalle pareti rosse, luogo di lettura e riflessione, dominato dai ritratti degli antenati. Qui la principessa legge, si dedica alla cura del verde e pensa al futuro di un patrimonio tanto prezioso quanto impegnativo da mantenere.
Condividere la bellezza
Consapevole della responsabilità che comporta custodire un simile capolavoro, Nicoletta Odescalchi ha scelto di non tenerlo nascosto. Ogni settimana apre il salone a studiosi e appassionati. Li accoglie al buio e poi, come in un rito, accende la luce sull’opera. È in quell’istante che, racconta, lo stupore si riaccende negli occhi di chi guarda, restituendo senso alla lunga battaglia combattuta per tenere Caravaggio “in famiglia”.
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