di Ennio Bassi
Non è ancora guerra, ma la macchina militare americana è ormai in movimento. Intorno all’Iran, Donald Trump sta concentrando una forza che non ha il sapore di una semplice deterrenza. Secondo quanto riferisce la Cnn, navi, sottomarini, caccia invisibili ai radar e bombardieri strategici disegnano uno scenario da pre-attacco, mentre la diplomazia resta in secondo piano. Il messaggio a Teheran è inequivocabile: Washington è pronta a colpire.
Il baricentro dell’operazione è l’US Navy. Almeno dodici unità di superficie e un paio di sottomarini sono già in posizione. A guidarli è la portaerei Abraham Lincoln, vera piattaforma d’assalto galleggiante. I suoi F-35, grazie alla capacità stealth, sono candidati naturali per aprire un blitz contro obiettivi sensibili. A proteggerli e prepararne il terreno ci sono gli EA-18G Growler, specialisti della guerra elettronica, capaci di accecare radar e spegnere le difese antiaeree iraniane. Non a caso Trump li ha più volte esaltati, definendoli decisivi nelle operazioni più delicate. La Lincoln schiera inoltre 35 F-18 Super Hornet, utilizzabili sia come scorta sia per colpire installazioni a terra.
Attorno alla portaerei operano sette cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, armati con missili cruise Tomahawk, protagonisti di ogni first strike americano dagli anni Novanta a oggi. Ogni vettore può colpire bersagli a oltre duemila chilometri di distanza, con testate da 450 chili, ed è pensato per distruggere obiettivi fissi: comandi dei Guardiani della rivoluzione, depositi militari, aeroporti, porti, infrastrutture strategiche. Anche i sottomarini nucleari schierati in zona dispongono di dozzine di Tomahawk; resta aperta l’ipotesi che uno dei sommergibili classe Ohio, vere basi missilistiche galleggianti, sia già stato avvicinato all’area.
Lo schieramento serve anche a contenere la prevedibile risposta iraniana. Negli ultimi giorni Washington ha rafforzato lo scudo antimissile regionale trasferendo batterie Thaad in Giordania e Arabia Saudita e sistemi Patriot Pac-3, capaci di intercettare missili nella fase finale della traiettoria. Secondo fonti americane, un ulteriore complesso Thaad potrebbe essere dispiegato per integrare la difesa di Israele.
Diverso il ruolo dell’Air Force. Le monarchie sunnite, timorose di una escalation diretta con Teheran, hanno imposto limiti chiari: dagli aeroporti di Emirati, Kuwait e Qatar gli aerei statunitensi sono stati ridislocati verso basi più sicure in Arabia Saudita e Giordania. Qui operano soprattutto gli F-15 Strike Eagle, capaci di trasportare fino a dieci tonnellate di armamenti. Nel 2024 sono stati decisivi nel fermare droni e missili diretti verso Israele, abbattuti con missili aria-aria e fuoco di bordo.
La carta più pesante resta però quella dei bombardieri B-2 Spirit, che decollano direttamente dagli Stati Uniti. Invisibili ai radar, sono gli unici in grado di impiegare le bombe spacca-bunker, progettate per colpire installazioni sotterranee protette da montagne di roccia. Già utilizzati contro i laboratori del programma nucleare iraniano, ora vengono considerati per uno scenario ancora più estremo: un’operazione di “decapitazione” dei vertici della Repubblica islamica, fino a includere la Guida Suprema Ali Khamenei.
Accanto ai mezzi convenzionali, il Pentagono dispone di strumenti meno visibili ma altrettanto temuti: incursori dei Navy Seals, armi a impulsi elettromagnetici in grado di paralizzare droni e sistemi d’arma, cannoni acustici e cyber-attacchi tattici capaci di mandare in tilt radar, navi e velivoli. Tecnologie già sperimentate in operazioni segrete recenti.
Teheran osserva e minaccia. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato esercitazioni navali con munizioni reali e agitano l’arma più antica e più efficace: la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Un avvertimento che pesa sui mercati e sugli equilibri globali, mentre l’armada americana resta in posizione e Trump mostra di essere pronto a fare il passo successivo.
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