di Velia Iacovino

L’Europa che lo ha difeso con le unghie e con i denti, che gli ha fornito miliardi di aiuti, ha accolto milioni di rifugiati,  impari la lezione.

 

Invece di ringraziare, a Davos Volodymyr Zelensky ha preferito attaccare l’Europa senza mezzi termini,  con ingratitudine estrema, criticando, ammonendo,  rimproverando la Ue di debolezza e mancanza di coesione, dimostrando tutta la rancorosa ingratitudine dei beneficati. Una sindrome, perfettamente descritta in uno dei suoi saggi dalla psicologa Rita Parsi((“Ingrati. La sindrome del beneficato”, Mondandori). Un fenomeno universale che accomuna chi avendo ricevuto sostegno, non riesce – per incapacità, per ego o perché si rende conto di non meritarlo  – a riconoscerlo. Una forma di vera e propria malattia sociale, che trasforma il debito morale in ostilità, l’appoggio  in peso, e il benefattore in bersaglio da calunniare o ignorare.

Zelensky, nella sua sgradevole performance elvetica, ha incarnato perfettamente questa dinamica. L’Europa ha fornito miliardi di euro in aiuti, ha imposto sanzioni costose, ha accolto milioni di rifugiati e ha investito capitale politico in una guerra lontana, con costi enormi per i propri cittadini, si è detta pronta persino a inviare uomini sul campo. E cosa ha ricevuto  in cambio? Un pubblico biasimo che ribalta ruoli e responsabilità., con l’accusa di paralisi e la richiesta di fare di più, subito e meglio. Senza un moto di apprezzamento.

Come spiega Parsi, l’ingratitudine può essere inconsapevole o deliberata. Nel caso dell’Ucraina, è forse un misto dei due: da unlato la pressione disperata di chi lotta per la sopravvivenza, dall’altro una visione politica che trasforma chi aiuta in colpevole per non aver accelerato abbastanza. In entrambi i casi, resta il dato di fatto che l’Europa è percepita da Zelensky non come alleato ma come mero strumento per ottenere i propri fini.  La capacità di riconoscere un beneficio, di prenderne atto con coraggio e onestà intellettuale, è ciò che distingue la gratitudine dall’invidia o dal rancore. E quando manca, il beneficato rischia di indebolire chi lo sostiene, di consumare rapporti preziosi e di lasciare spazio all’isolamento e al fallimento politico. Parsi dimostra come tutti, prima o poi, incontriamo l’ingratitudine. La differenza è sapere leggerla, gestirla e persino trasformarla in forza. L’Europa impari la lezione.

Zelensky e Putin, tiene ad aggiungere la psicologa, sono degni l’uno dell’altro. E se si chiedesse loro una cartella clinica finirebbero nello stesso manicomio. Si combattono per un pezzo di terra senza tener conto delle persone, degli uomini, delle donne e dei bambini, di cui hanno distrutto le vite. Il mondo sta attraversando uno dei momento più difficili della sua storia, con al potere leader, psicotici, narcisisti maligni, esibizionisti, che sono solo capaci di calpestare l’umanità e i loro valori.

 

 

 

 

 

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