di Carlo Longo

Niente bandiere ONU né diplomazia formale: al World Economic Forum, il presidente americano inaugura un nuovo organismo internazionale a guida USA. Un’alleanza selettiva, con monarchie del Golfo, ex repubbliche sovietiche e big della finanza globale

Un globo stilizzato con il Nord America al centro, nessuna bandiera delle Nazioni Unite, e una platea di leader selezionati su invito. Così Donald Trump, tornato presidente degli Stati Uniti, ha inaugurato a Davos il Board of Peace, il nuovo organismo internazionale destinato — secondo le sue parole — a guidare la ricostruzione di Gaza e a garantire la “stabilità globale”.

Nella sala plenaria del World Economic Forum, Trump ha parlato come l’azionista di maggioranza di un progetto che non nasconde le sue ambizioni geopolitiche. «Questo è un giorno molto eccitante. Tutti vogliono partecipare», ha esordito, lanciando un’iniziativa che mescola diplomazia, investimenti e hard power. Il messaggio implicito è che la pace passa ormai per altri canali, non per quelli multilaterali classici.

Uno alla volta, chiamati dalla portavoce Karoline Leavitt, i 19 leader “fondatori” hanno raggiunto Trump sul palco per firmare la risoluzione iniziale. Tra loro, le monarchie del Golfo, l’Argentina libertaria di Javier Milei, l’Ungheria di Viktor Orbán, alcune repubbliche ex sovietiche e la Bulgaria. L’unico volto femminile è quello della presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, in tailleur rosso tra una distesa di completi scuri. Benjamin Netanyahu, pur assente, ha aderito da remoto, evitando il viaggio per non incappare nel mandato d’arresto della Corte penale internazionale.

La scenografia richiama più una convention finanziaria che una conferenza internazionale: firma a due a due, ritmi serrati, toni celebrativi. Il Board — ispirato a una risoluzione ONU ma con statuto autonomo — richiede un contributo iniziale di un miliardo di dollari ai membri permanenti. Secondo Trump, «una volta operativo, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo, in collaborazione con le Nazioni Unite».

Un concetto che, però, non convince tutti. La Francia ha già fatto sapere che non aderirà, denunciando elementi della carta del Board «in contrasto con lo statuto dell’ONU». Più che un’estensione dell’ordine multilaterale, il Board appare infatti come la sua sostituzione selettiva: un consorzio su base volontaria, a trazione americana, con logiche di ingresso e partecipazione più simili a quelle di un fondo che a quelle di un’istituzione globale.

Meloni si chiama fuori: “Non c’è parità tra gli Stati”

Anche l’Italia ha scelto di non firmare, almeno per ora. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha motivato la decisione con un richiamo all’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni alla sovranità solo «in condizioni di parità tra gli Stati». Secondo Palazzo Chigi, queste condizioni non sono garantite dallo statuto del nuovo organismo.

Una posizione che ha raccolto il plauso del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: «Una scelta di buon senso, che difende i principi costituzionali». Di segno opposto l’opinione di Elly Schlein, che ha attaccato Trump per «aver trasformato la pace in un piano di speculazione immobiliare» e criticato Meloni per «non aver assunto una posizione politica più netta».

Il piano secondo Kushner: slide, rendering e investitori

La vera natura del Board of Peace si è chiarita quando la parola è passata ai consiglieri tecnici. Dopo l’introduzione di Marco Rubio, segretario di Stato, e l’intervento emozionato dell’inviato speciale Steve Witkoff, è stato Jared Kushner — genero e consigliere di Trump — a illustrare il cuore operativo del progetto.

Nessun discorso istituzionale, ma una presentazione da developer: slide dal titolo New Rafah, New Gaza, Prosperity, accompagnate da rendering 3D di aree residenziali, resort, porti e infrastrutture. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale, perché richiede un cambio di mentalità», ha detto Kushner, prima di rivolgersi direttamente alla platea: «Ci saranno straordinarie opportunità di investimento. Venite a costruire con noi».

L’evento si è chiuso con un’ultima battuta di Trump, rivolta al co-presidente del WEF Larry Fink: «Tutto comincia con la location, lo dico da esperto immobiliare».

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