di Emilia Morelli

Tre cardinali americani criticano la politica estera di Trump su Venezuela, Ucraina e Groenlandia e chiedono una svolta etica ispirata al magistero di papa Leone XIV

cardinaliUn intervento pubblico tanto netto quanto raro scuote il dibattito politico statunitense. I cardinali Robert McElroy, Blase Cupich e Joseph Tobin – rispettivamente arcivescovi di Washington, Chicago e Newark e figure vicine a papa Leone XIV – hanno firmato un comunicato congiunto in cui esprimono una dura critica alla linea internazionale dell’amministrazione Trump.

Il testo, rilanciato anche dall’Osservatore Romano e da Vatican News, prende le mosse dalle crisi internazionali che stanno segnando l’agenda geopolitica americana: Venezuela, Ucraina e Groenlandia. Secondo i tre porporati, questi dossier pongono interrogativi profondi sull’uso della forza militare, sul rispetto della sovranità degli Stati e sul vero significato della pace.

Venezuela, Ucraina e Groenlandia: il diritto dei popoli sotto pressione

Nel documento i cardinali mettono in guardia contro un mondo in cui il diritto dei popoli all’autodeterminazione appare sempre più fragile. Le grandi potenze, sostengono, tendono a interpretare l’interesse nazionale in modo rigido e contrapposto al bene comune, alimentando una spirale di polarizzazione e conflitti.

La costruzione di una pace giusta e duratura, spiegano, viene ridotta a uno scontro ideologico, mentre la politica internazionale rischia di diventare terreno di propaganda e di logiche di potenza. In questo contesto, anche il ruolo morale degli Stati Uniti sulla scena globale viene messo in discussione.

Il riferimento al magistero di papa Leone XIV

Per fondare la loro posizione, McElroy, Cupich e Tobin richiamano esplicitamente il magistero di papa Leone XIV e in particolare il discorso rivolto dal Pontefice al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede all’inizio dell’anno.

Secondo i cardinali, il Papa ha indicato una bussola etica chiara per orientare le relazioni tra le nazioni, fondata sulla dignità della persona umana, sulla solidarietà internazionale e sulla centralità del multilateralismo. Una visione che, a loro giudizio, dovrebbe ispirare anche la condotta degli Stati Uniti.

Nel 2026, scrivono, l’America è entrata nel dibattito più profondo sui fondamenti morali della propria politica estera dalla fine della Guerra Fredda. E proprio per questo, aggiunge il cardinale Cupich, non è possibile restare in silenzio mentre decisioni politiche rischiano di condannare milioni di persone a una vita ai margini.

Contro l’uso della guerra come strumento politico

Il cuore dell’appello riguarda il ricorso alla forza militare. Per i tre cardinali, la guerra non può diventare uno strumento ordinario della politica nazionale, ma deve restare un’ultima risorsa, da considerare solo in circostanze estreme.

La dottrina sociale della Chiesa, ricorda McElroy, insegna che un interesse nazionale concepito in modo ristretto, privo di una dimensione solidale, produce sofferenze immense e mina le basi stesse di una pace giusta. Tobin, da parte sua, mette in guardia dal rischio che l’escalation di minacce e conflitti armati possa distruggere l’architettura delle relazioni internazionali e trascinare il mondo in una stagione di instabilità permanente.

Verso una politica estera “autenticamente morale”

Nel comunicato i cardinali richiamano anche altre preoccupazioni espresse da papa Leone XIV: l’indebolimento del multilateralismo, le violazioni della libertà religiosa e di coscienza, la necessità di un impegno concreto per l’aiuto internazionale e la tutela della vita umana.

La politica estera americana, sostengono, dovrebbe promuovere la dignità della persona, la libertà religiosa e il diritto alla vita, investendo in cooperazione economica e sviluppo. Oggi, invece, il dibattito nazionale appare dominato da polarizzazione, interessi di parte e logiche economiche ristrette.

Per questo McElroy, Cupich e Tobin annunciano che nei prossimi mesi si impegneranno a predicare, insegnare e intervenire nel dibattito pubblico per sostenere una visione più alta della responsabilità internazionale degli Stati Uniti.

L’obiettivo dichiarato è quello di contribuire alla costruzione di una pace autentica e duratura, quella pace – ricordano – che Gesù stesso ha proclamato nel Vangelo.

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